lunedì 12 gennaio 2015

Partiti politici europei

La crisi economica e finanziaria che si è verificata a partire dal 2007 ha  modificato il significato strutturale della costruzione europea. La crisi economica ha messo in evidenza le debolezze dell’euro. Una moneta molto forte con riferimento alla capacità di competere a livello internazionale con le altre valute eppure nello stesso tempo, una moneta incapace di realizzare una vera e propria politica economica di sviluppo economico all’interno dell’Europa. Una Europa che peraltro si scopre attraversata da una diversità di culture, religioni e tassi di crescita economica che l’euro fatica a tenere insieme in unnico contesto macroeconomico. Del resto le stesse istituzioni europee soffrono un deficit di rappresentanza che è innanzitutto politico e che pone degli enormi problemi rispetto alla possibilità da parte della politica di risolvere almeno una parte delle questioni economiche, quelle legate allo sviluppo, alla rimozione delle diseguaglianze e alla difesa degli interessi comuni  e dei diritti delle minoranze.

Tuttavia a risposta che è stata data dai partiti politici appare inadeguata. In un contesto globale caratterizzato da grandi paesi sotto il punto di  vista geografico e sotto il punto di vista economico e demografico, una Europa che si richiude nel nazionalismo sarebbe destinata alla sconfitta immediata sotto il punto di vista non solo economico, ma anche politico. E’ importante pertanto che anche i partiti  si facciano carico sul serio della questione europea strutturandosi come partiti europei ed è necessario che si comprenda chele elezioni di una determinata nazione hanno il senso di elezioni locali nel contesto europeo che certo devono essere tenute in considerazione nel processo europeo.

In effetti molti dimenticano che l’Europa è un progetto di pace, e se la guerra sembra solo un lontano ricordo è pur vero che nuove tensioni e nuovi conflitti rinfrescano una memoria che dovrebbe in realtà essere sempre chiara nella mente degli europei.

Il passaggio ad una nuova cultura politica non può che avvenire per mezzo dei partiti, per mezzo cioè di una serie di organizzazioni politiche che sappiano strutturarsi nell’Europa e superare i localismi delle singole nazioni o regioni europee.

La ri-negoziazione delle condizioni fondamentali dell’Unione Europea e delle sue politiche deve avvenire in un quadro unitario. I singoli territori, le singole nazioni le singole aree amministrative posso contrattare accordi separati con l’Ue. l’efficienza del progetto europeo può realizzarsi soltanto se si manifestano delle condizioni unitarie dello stesso. E’ difficile capire perché  la politica ha arretrato così tanto rispetto all’economia. laddove le banche sono riuscite a mettersi insieme, a creare un sistema unitario, i partiti e le organizzazioni politiche  si sono chiuse nel localismo, nel nazionalismo. La globalizzazione è un fenomeno troppo complesso per delle organizzazioni nazionalistiche o localistiche. La globalizzazione necessita di organizzazioni che sappiano guardare oltre l’interesse nazionale e proprio attraverso questo sconfinamento portano gli interessi nazionali nel dibattito politico-economico globale. Le organizzazioni economiche sono spesso criticate per la loro capacità di costruzione negoziale, per il fatto che sono in grado di creare nuovi enti,. Nuove istituzioni per l’esercizio del potere informale. Alcuni si riferiscono a tali poteri come poteri  “oscuri”. In realtà le grandi corporations hanno una capacità di costruzione delle istituzioni che le organizzazioni politiche devono recuperare. Sarebbe necessario per le organizzazioni politiche esercitare la funzione della proposta legislativa non solo nei luoghi del diritto formale, come sono i parlamenti e le assemblee elettive, ma pure nei k luoghi del diritto informale, come le varie organizzazioni che si occupano del dialogo transatlantico oppure euro asiatico, per fare in modo che gli interessi dei cittadini, attraverso il mandato della rappresentanza tipico delle democrazie occidentali, possa trovare  adeguata rappresentanza anche nei nuovi contesto di produzione di diritto, di norme e di governance.  I partiti, le organizzazioni politiche  possono in questo senso realizzare molte degli intendimenti che si prefiggono, attraverso la partecipazione ad un processo costruttivo, fondato sulla proposta e sul dialogo. IL riconoscimento della possibilità di cambiare la struttura normativa  e politica economica della globalizzazione è fondamentale per l’esercizio di una attività politico-partitica nella globalizzazione.

domenica 28 dicembre 2014

Il prezzo del petrolio come sanzione verso i paesi produttori non allineati


 

Possiamo fare una assunzione: che nel mercato del petrolio il prezzo basso può essere una sanzione nei confronti dei paesi “non allineati” mentre il prezzo alto può essere un premio nei confronti dei paesi produttori che sono virtuosi.

 



 
E’ possibile distinguere due componenti nella produzione del prezzo del petrolio. Una componente di mercato, che riguarda cioè la domanda di mercato che potremmo definire “esogena” rispetto alle decisioni dei paesi produttori, ed una componenti interna che potremmo definire endogena rispetto alle scelte di prezzo realizzate dai produttori.

La globalizzazione ha bisogno di petrolio. Il petrolio sostiene le economie in via di sviluppo e nello stesso tempo anche le economie industrializzate. Poiché la domanda di petrolio è molto sostenuta e questo dovrebbe portare ad una crescita del prezzo del petrolio. Il petrolio è un bene scarso laddove la domanda sostenuta dovrebbe produrre una crescita del prezzo del petrolio.

Tuttavia nonostante una forte domanda di mercato il prezzo si riduce e quindi questo sta a significare che la componente endogena del prezzo, ovvero quella relativa alla struttura interna dell’organizzazione dei produttori, prevale su quella esogena, ovvero sul meccanismo domanda-offerta estraneo dalla organizzazione dei produttori di petrolio.

Ne deriva pertanto che il prezzo del petrolio in questa fase assume una connotazione di sanzione nei confronti di alcuni paesi produttori da parte di altri. L’impatto del basso prezzo del petrolio potrebbe essere una cosa buona per i paesi in via di sviluppo.

Tuttavia è necessario considerare che un basso prezzo del petrolio potrebbe determinare una riduzione del valore delle riserve di petrolio e una riduzione del valore dei contratti finanziari derivati sul petrolio. Una tale riduzione di valore potrebbe colpire anche alcuni mercati finanziari evoluti.

Il conflitto tra i paesi produttori di petrolio potrebbe portare ad una ulteriore riduzione del prezzo del petrolio, fino a quando non si raggiunga un qualche obbiettivo di governance in grado di modificare le prospettive di sviluppo del mercato petrolifero.

Cambiamenti che appaiono abbastanza difficili in uno scenario nel quale l’occidente ha deciso di ridurre la produzione di valore aggiunto soprattutto manifatturiero e industriale in favore dell’oriente.

Forse la ripresa del prezzo del petrolio a prezzi “medi” potrebbe determinarsi solo con la ripresa della produzione industriale nelle economie occidentali.

Una ripresa che appare difficile nel caso di imprese price-taker ma che sembra invece altamente probabile nel caso di imprese price-maker. Tuttavia il basso prezzo del petrolio ha anche l’effetto di ridurre gli investimenti nelle attività di ricerca di nuove fonti di energia.

Se il prezzo del petrolio basso può essere inteso come una sanzione nei confronti di alcuni paesi produttori allora una ripresa del prezzo del petrolio potrebbe segnare il superamento delle condizioni di conflittualità tra i produttori.

sabato 27 dicembre 2014

LE RIFORME CHE SERVONO RIGUARDANO LA BANCA CENTRALE

In un periodo di crescita economica prolungata in Asia, in un periodo di ripresa dell’economia americana l’economia europea è ancora ferma. Le prospettive di crescita per l’economia europea sono ancora basse. Sembra che l’Europa abbia perso la stessa prospettiva di una politica economica che possa in un qualche modo produrre una crescita economica.
In genere le ragioni per le quali si ritiene che l’Europa sia lenta nella crescita sono legate ai seguenti fattori: ingessamento del mercato del lavoro, alti costi della politica, alte tasse e un mercato delle imprese controllato. Tuttavia anche se in questi settori si sono verificate delle importanti innovazioni, come per esempio è accaduto in Italia, la crescita economica sembra essere ancora lontana.
Non basta a produrre crescita economica l’eliminazione del’art. 18, non è bastata la riduzione dei costi della politica, il progetto costituzionale di riforma del parlamentarismo, ed anche forme di agevolazione per l’ingresso di finanziamenti dall’estero sembrano inefficienti a produrre la crescita economica.
Sembra che in effetti la politica fiscale non abbia alcuna possibilità di impattare la crescita economica. Forse una ragione potrebbe essere ritrovata nella mancanza di gerarchia nell’Unione Europea. In effetti anche se l’Unione Europa è una confederazione di Stati è pure necessario che vi sia una figura istituzionale che possa mettere ordine e dirimere le controversie anche tra i paesi. Se infatti alla tendenza centrifuga dell’Europa delle regioni” non si affianca un progetto centrifugo di una “Europa delle istituzioni” è probabile che le tentazioni regressive del localismo sia superiori rispetto alle tendenze progressiste dell’istituzionalismo volto non solo al riconoscimento della centralità dei territori, ma soprattutto alla centralità dell’uomo e della sua “libertà di capacitazione”.
E’ quindi è necessario che la riforma della politica fiscale sia fondata su di una nuova struttura istituzionale gerarchica che possa in questo modo le politiche fiscali soprattutto relative alla tassazione potrebbero trovare una maggiore capacità di realizzazione pure nel rispetto di un principio di sussidiarietà.
Affinché esista un localismo, un regionalismo, un principio di sussidiarietà è necessario che esista anche una tendenza centralista alla quale il localismo possa in qualche modo non solo contrapporsi ma pure accedere nel caso in cui le risorse dei territori fossero insufficienti a garantire ai cittadini diritti umani e qualità della vita sufficienti.
Questo potere di carattere centrale deve tuttavia avere la capacità di contrapporsi alla Banca centrale in modo virtuoso. E’ necessario quindi considerare che la banca centrale deve avere la possibilità di influenzare direttamente l’economia europea. Per fare questo è necessario che la banca centrale sia capace non solo di agire con le politiche di austerità, ma pure con le politiche economiche volte alla crescita. Sembra infatti che la politica economica della banca centrale sia monca. All’elevata capacità di produrre una politica monetaria restrittiva si contrappone un handicap politico: l’incapacità di produrre una politica monetaria espansiva.
E’ difficile capire perché il banchiere centrale abbia rinunciato a questo lato importante della politica monetaria. Perché il banchiere centrale non ha voluto potenziare il lato delle politiche economiche espansive e ha voluto invece soltanto mostrare la sua capacità di performare con le politiche economiche restrittive.
Una banca centrale ha bisogno di poter agire con tutti e due i lati della politica monetaria sia nella versione restrittiva che quella espansiva.
La possibilità di accedere ad entrambe le politiche è fondamentale per l’autonomia della banca centrale. Per questo è necessario considerare che fino a quando non si avrà una politica economica espansiva non potremo considerare la banca centrale come un progetto compiuto. La banca centrale europea è ancora una istituzione povera e da riformare.
Per questo ora che gli stati hanno realizzato delle politiche economiche fiscali di riforma è necessario riformare la banca centrale.

Una banca centrale libera e autonoma capace di perfomare anche delle politiche economiche espansive in grado di impattare e dirigere l’economia europea.

venerdì 28 novembre 2014

L’onda lunga del secolo breve

La crisi economica e finanziaria sembra essere definitivamente alle spalle negli Usa ?
In realtà sembra che la crisi economia sia passata negli Stati Uniti.
Il paese ha ripreso a crescere nel prodotto interno lordo, il tasso di disoccupazione si è ridotto, e la sostenutapolitica monetaria della banca centrale sembra aver offerto adeguata capacità finanziaria tanto alle banche quanto ai mercati finanziari.
Inoltre la ripresa della produzione industriale insieme con la sempre maggiore attività estrattiva di greggio ed insieme con un piano per il rilancio anche della piccola e mediaimpresa sembrano aver completato il quadro di un paese che è venuto fuori dalla recessione e si avvia a riprendere il suo cammino di crescita economica.
Ma che cosa è cambiato davvero dal periodo precedente alla crisi del 2007 ad oggi nel sistema americano  possiamo dire effettivamente che si sono verificate delle condizioni di cambio strutturale del sistema economico ?
E’ difficile immaginare che i mercati finanziari, che le grandi assicurazioni e il sistema bancario abbiano imparato la lezione.  Se infatti i derivati e le securitization sono stati in un certo senso svincolati e riabilitati come strumenti non solo in grado di produrre rischi sistemici ma anche di generare crescita e sviluppo, nello stesso tempo l’orientamento del capitalismo americano rimane ancorato al profitto e la leadership politica economica statunitense si pone ancora come guida della globalizzazione.
Che cosa allora ci si può aspettare per il futuro economico di quella che è ancora la più grande potenza economica della globalizzazione ?
Certo la capacità di permanere nella leadership è dovuta innanzitutto ad una economia di scala che sembra in ogni caso essere presente negli stati uniti con riferimento alle risorse sia di capitale umano, tecnologico, di risorse minerarie ed anche di capacità istituzionale.
 Tuttavia è probabile che la possibilità di permanere in una condizione di leadership sia fortemente legata alla capacità di vincere delle partite con singoli competitori nella specializzazione internazionale.
Il concetto di specializzazione internazionale deve essere meglio spiegato. Per specializzazione internazionale non possiamo soltanto intendere una condizione macroeconomica legata ai bassi costi dovuti ad un deprezzamento della moneta o ad una condizione di sfruttamento dei lavoratori e dei fattori produttivi. Per specializzazione internazionale dobbiamo intendere delle caratteristiche tipiche del sistema industriale che è in grado per la cultura economica tipica di un certo paese di produrre determinati beni meglio e non solo ad un prezzo più convenite di altri paesi.  
In questo senso possiamo dire che effettivamente gli Stati Uniti possono essere competitivi anche con i paesi asiatici. Se infatti la competizione sul prezzo non è una competizione che si possa vincere in qualche modo per via dell’enorme disparità dei valori monetari e quantitativi, la competizione sulla qualità è nella perfetta disponibilità degli Usa anche se è necessario sottolineare che il potere di mercato delle singole imprese  può essere un enorme limite alla diffusione e all’affermazione del capitalismo a stelle e strisce E’ necessario infatti mettere insieme la capacità di sostenere in global player con la capacità di produrre delle nuove imprese che continuino ad esser innovative e ad aprire nuovi mercati e nuovi scenari.
 Se gli statunitensi riusciranno a vincere partite basate sulla specializzazione internazionale attraverso la conservazione dei global players e pure nella determinazione di nuovi scenari di impresa la loro capacità di guidare il capitalismo potrebbe permanere intatta.

Tuttavia è necessario sotto questo punto di vista una politica internazionale favorevole ad un assetto leaderistico pure nel riconoscimento dell’importanza di uno schema concertativo sulle scelte di fondo quali: stabilità finanziaria, ambiente e diritti dei lavoratori da adottare insieme con i paesi di nuovo sviluppo.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2014-11-22/e-tracollo-non-arriva-111007.shtml?uuid=ABIiwwGC

lunedì 24 novembre 2014

Le politiche economiche industriali della commissione Junker




In un articolo pubblicato  sul sito del Il sole 24 ore si fa riferimento al piano realizzato da Junker per favorire gli investimenti  nelle politiche economiche industriali. Tuttavia appare difficile che questo piano da 300 miliardi di euro possa essere in grado di offrire una protezione al fenomeno della globalizzazione che porta le imprese ad andare all’estero, comprese le imprese tedesche.
Se per industria infatti immaginiamo il sistema economico fordista –taylorista, la produzione in serie, l’azienda che occupa decine di migliaia o anche centinaia di migliaia di dipendenti allora dobbiamo dire con grande probabilità che questo investimento sarà fallimentare.
I costi di impianto, i costi dei materiali, i costi del trasporto della materie prime, i costi dell’energia, i costi del lavoro, il costo del fisco sono troppo elevati per consentire all’Europa di ospitare un sistema industriale pesante. E questo è anche dimostrato dalla naturale tendenza dell’economia europea a sostituire il settore dei servizi con il settore dell’industria. E’ chiaro tuttavia che non è possibile generalizzare.  Vi sono anche in Europa alcune aree nelle quali i costi per la realizzazione di una struttura industriale sono bassi, ovvero nei paesi dell’Est.
Tuttavia è difficile dire per quanto tempo questi paesi permarranno in una condizione di convenienza relativa rispetto alla possibilità di investire in industria. E’ probabile infatti che con l’introduzione dell’euro e con il processo di integrazione europea i costi aumentino anche in questi paesi provocando  una condizione di inefficienza dell’investimento pubblico.
Non è quindi tanto una questione di  entità dell’investimento pubblico quanto piuttosto una questione di efficienza dell’investimento. Investire nell’industria significa esporsi al rischio di bassa efficienza dell’investimento, a meno che una politica economica monetaria di svalutazione dell’Euro non accompagni il processo di investimento industriale. Tuttavia sembra difficile che l’indirizzo storico della Banca Centrale Europea possa cambiare in una contesto dove pure il moderato obbiettivo dell’inflazione al 2-3% sembra impossibile da raggiungere.
Vi è inoltre una altra importante questione da considerare con riferimento all’investimento pubblico nel sistema industriale ed è quella relativa alla sostenibilità del sistema industriale. In un periodo nel quale si fa riferimento alla necessità di ridurre la capacità inquinante del sistema industriale, realizzare un sistema industriale in una Europa già provata dall’industrialismo potrebbe ridurre la capacità di benessere dei cittadini europei a causa dell’inquinamento.
E’ necessario allora considerare che in una Europa che vuole conservare una moneta sostenuta l’unica politica industriale possibile è quella che favorisce le piccole imprese, i network tra piccole imprese, e la costruzione di filiere corte. Tra le piccole imprese possono rientrare anche quelle imprese che realizzano attività di progettazione in campi ad alta tecnologia che poi possono essere realizzati in paesi dove i costi di realizzazione sono più bassi.  Ecco il nuovo sistema industriale europeo. Una sorta di grande centro di ricerca, di progettazione, di realizzazione di piccole e medie attività economiche capaci di essere nello stesso tempo compatibili con la struttura dei costi del mercato e  con le esigenze di rispetto dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e delle persone. Con una capacità di generare reddito elevatissima.
Quanto vale infatti un brevetto che si trasforma in prodotto meccanico, informatico, o in servizio standardizzabile ? Può valere anche diversi milioni di euro se la piccola e media impresa procede con la realizzazione delle componenti fisiche nei paesi dove è più conveniente produrre.
Le piccole e medie imprese artigiane, a forte contenuto intellettuale, ad alto valore di capitale umano possono così esercitare una funzione egemonica e movimentare sia il capitale umano, che migliaia di lavoratori  anche all’estero, oltre che milioni di consumatori nel mercato globale.
Tuttavia è necessario che in questo senso l’unione europea costruisca dei ponti e delle relazioni commerciali in grado di sostenere questa capacità produttiva globale che può giovare alla crescita dell’economia europea e allo sviluppo economico globale.
La politica industriale è in realtà una parte della politica economica fiscale. Essa deve  coordinarsi con la politica economica monetaria.
Una politica degli investimenti nel sistema industriale pesante deve essere accompagnata da una svalutazione monetaria e da una crescita dell’inflazione moderata. Poiché La globalizzazione ha portato con sé una diversificazione dei costi di produzione. Combattere contro una struttura dei costi così mutata è una operazione titanica, possibile solo in presenza di una svalutazione continuativa dell’euro.
Se invece al contrario l’Ue investe sull’industria  in assenza di una politica economica monetaria della svalutazione allora sarebbe meglio per l’Ue cambiare progetto di politica industriale e rivolgersi alle piccole e medie imprese capaci di innovare e progettare. 


Dati World Bank http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG

domenica 16 novembre 2014

Liberare l'economia dalle secche del debito

Dati World Bank http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG
Secondo un articolo pubblicato online il Giappone sembra  entrato in recessione. Si tratta di un dato che non può essere certo considerato come imprevisto. In effetti l’economia giapponese guidata dall’abenomiccs, ovvero fondata su politiche di espansione monetaria e di crescita del prelievo fiscale indiretto in un periodo di crisi dell’economia finanziaria mondiale non poteva certo portare ad effetti positivi soprattutto in un paese che ha un elevatissimo debito pubblico, pari oltre 2 volte il Pil. Il problema del Giappone in realtà è la sua posizione all’interno dell’area asiatica, una area a fortissimo sviluppo nella quale si trasferiscono ricchezze sempre più ingenti e che dovrebbe presto arrivare a detenere quote fondamentali del PIL  mondiale.

 

Tuttavia è necessario sottolineare che mentre le economie asiatiche possono ancora provvedere ad una crescita economica guidata da alti tassi ,l’economia del Giappone poiché parte già da una  condizione di maggiore vantaggio sotto il punto di vista economico ha maggiori problemi sotto questo punto di vista. La possibilità di comprimere i salari per essere competitivi  con Cina, e sud Corea, India e gli altri paesi asiatici sembra essere molto bassa. Del resto il sistema bancario e finanziario giapponese era stato già messo in ginocchio dalla crisi del 1994 e da quel momento in poi l’alto debito pubblico non ha consentito alle politiche economiche monetarie di essere adeguatamente accompagnate da politiche economiche fiscali. Tuttavia le imprese giapponesi permangono come global players e sono in parte anche pregiudicate da uno scenario economico nazionale che certo non è loro favorevole.

Il Giappone può sembrare una piccola economia rispetto alla Cina o  all’India. Certo non lo è se guardata dagli occhi dell’Europa. In effetti con i suoi oltre 200.000.000di abitanti, con le sue imprese che hanno una elevatissima capacità di produrre beni tecnologici avanzati il Giappone rimane uno dei paesi più interessanti sotto il punto di vista economico .Il Giappone in realtà è un paese occidentale sotto il punto di vista del sistema produttivo anche se la sua posizione geografica e culturale lo definiscono come orientale.

L’antica diatriba cino-giapponese potrebbe forse riproporsi all’interno della globalizzazione.

Ma sarebbe forse troppo difficile riproporre un conflitto territoriale da potenze che hanno invece tutto l’interesse a collaborare.

Tuttavia nonostante i mercati abbiano cercato in ogni modo di procedere ad una uniformizzazione dell’economia mondiale sembra che questo risultato non sia stato conseguito o forse è impossibile da raggiugere. La crisi finanziaria ha dato nuova importanza all’economia nazionale e la globalizzazione come nuova pangea è stata sostituita dal vecchio schema dell’internazionalismo bilaterale e multilaterale.

Tuttavia le imprese rimangono ancora centrali per quello ius mercatorum che dispone un diritto informale capace di influenzare i governi e le classi dirigenti pubbliche e private.

La proposta di una banca centrale globale o di una moneta di riserva globale capace di offrire un collaterale alle obbligazioni dei sigli paesi spaventa come nuovo monolito economico che potrebbe essere oggetto di attacchi distruttivi e violenti.

La globalizzazione è un luogo liquido e tale sembra rimanere anche se la crisi rischia di ridurre la capacità del capitale di remunerare persone, competenze e capacità e di far in modo che la chiusura nelle economie nazionali, regionali o locali frapponga allo sviluppo  della civilizzazione.

Per questo è necessario affrontare il problema del debito pubblico tanto nei paesi di nuovo sviluppo quanto nei paesi sviluppati per fare in modo che il capitale possa dare ancora liquidità e consentire all’economia d riprendere il suo cammino di crescita e progresso.  

 

sabato 18 ottobre 2014

La regolamentazione è solo una parte della politica economica


 
 
 
Il mito della regolamentazione finanziaria davvero un elemento difficile da eleminare. Molti non si rendono conto che la regolamentazione finanziaria è pre-esistente rispetto allo stato e che probabilmente la finanza resisterà anche alla fine degli stati nell’evoluzione della globalizzazione. Possiamo dire che in effetti non esiste alcuna possibilità, almeno nella condizione attuale di “bloccare” la finanza da parte dei governi e dei parlamenti. Tuttavia una qualche attività di coordinamento tra regolamentazione finanziaria e politiche economiche può essere realizzata.

In modo particolare possiamo dire che l’esistenza di una serie di architetture di carattere finanziario che tenta di regolamentare il settore è più il riconoscimento di uno status quo che un vero e proprio ente di regolamentazione. Del resto la finanza produce fattispecie sempre nuove che è difficile sottoporre alla valutazione del mercato in termini di rischio ed anche alla regolamentazione dello Stato in termine di legittimità. Quando scoppiano le crisi finanziarie sono in genere gli enti di regolamentazione ad intervenire. Ma è difficile che l’intervento degli enti di regolamentazione sia previsionale, ovvero che essi intervengano prima del raggiungimento di un certo di tipo di risultato in termini di rischio. Gli enti di regolamentazioni sono enti che agiscono ex-post. Tuttavia la questione della regolamentazione “prudenziale” ovvero della introduzione di una politica economica e finanziaria prudenziale potrebbe avere senso se si applicasse non solo agli enti di regolamentazione ma anche alle banche centrali e ai governi nazionali. In effetti la regolamentazione è solo una parte della politica economica finanziaria. La regolamentazione è la parte “Law” della ”Law and Finance”. Poi c’è la parte finanziaria vera e proprio che dipende in modo strutturale  dal valore della moneta, dal tasso di interesse e anche dagli aspetti di carattere fiscale che possono influenzare i redditi delle persone e delle società, così come anche la propensione al risparmio al consumo e all’investimento.  La regolamentazione ha un valore di carattere conservativo. Quando un ente finanziario viene regolamentato si determina il suo riconoscimento nel novero delle attività  rilevanti. La politica economica, quando agisce attraverso il cambiamento del valore della moneta o delle tasse ha invece un significato di carattere anche previsionale perché può premiare comportamenti virtuosi attraverso l’utilizzo di incentivi monetari o fiscali immediati e diretti. L’aspetto normativo della regolamentazione finanziaria, che deve essere espanso a ricomprendere anche le borse valori , deve essere accompagnata all’aspetto quantitativo della regolamentazione finanziaria.  Una politica di coordinamento tra le maggiori banche centrali sui tassi  di interesse attraverso la determinazione anche di una leadership chiara a livello internazionale sui mercato valutari e del debito pubblico, un maggiore coordinamento fiscale sulla tassazione del reddito, dei risparmi e degli investimenti, possono aiutare a prevenire le crisi oltre a gestire l’esistente.


Il processo di novazione istituzionale è un never endig game che tuttavia deve essere non solo di carattere normativo ma anche di carattere economico attraverso l’utilizzo di premi per i comportamenti virtuosi.