venerdì 26 settembre 2014

E’ la globalizzazione, bellezza !

« La globalizzazione, come molti hanno notato di recente, è in ritirata. Nonostante tutti i suoi vantaggi innegabili, ha generato problemi di governance e di gestione che hanno rivelato l’inadeguatezza dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali. Ciò ha fatto si che le persone, ovunque nel mondo, sia ricche che povere, debbano affrontare i problemi – dal fallimento degli Stati a quello delle banche, dallo sfruttamento alla sotto-occupazione, dai cambiamenti climatici alla stagnazione economica – a cui la globalizzazione ha contribuito ma che non riesce ad affrontare efficacemente. Istituzioni fragili hanno dato luogo a ripercussioni politiche e al pericolo di disastri su molti fronti. […]Nessuno è disposto a perdere i vantaggi di un’economia globale, , ma tutte le grandi potenze stanno cominciando a riflettere su come proteggersi dai suoi rischi, militari e non. […]Eppure l’interdipendenza è innegabile. […]Con la frammentazione che minaccia di sostituire la globalizzazione, l’urgenza ora è quella di condividere i concetti, le intuizioni, e le buone pratiche che possano mettere insieme le persone e scongiurare i pericoli.» (Martina Larkin, Riavviare la globalizzazione, Il Sole 24 ore) 

Nell’articolo considerato si mettono in evidenza i rischi del rallentamento della globalizzazione. Si paventa il rischio di una sorta di ritirata della globalizzazione. E’ noto che l’economia è una scienza triste e che tra le sue scuole di pensiero maggiori vi è la scuola degli economisti cassandrini, sempre verdi e pieni di risorse. Tuttavia al netto delle considerazioni circa la sensibilità dinanzi a fenomeni di crisi occorre considerare il fenomeno della globalizzazione nella sua complessità. La globalizzazione è un fenomeno fondato sul centralismo delle imprese sui governi, sullo shortermismo contrapposto alla programmazione di lungo periodo, sulla frammentazione piuttosto che sull’integrazione, sulla scienza come meccanismo di prova inferenziale e falsificazione. Ovvero la globalizzazione viene proprio da quel postmoderno del quale si mettono in evidenza in modo alterno i vantaggi e gli svantaggi. Per quando la modernità liquida possa avere scardinato molti dei sistemi economici,delle convinzioni politiche e delle sicurezze personali, anche in senso amoroso-sentimentale, è pur vero che è essa stessa il motore della globalizzazione, la sua intima essenza. La globalizzazione è un fenomeno di lungo periodo sotto il profilo storico. Esso attraversa non solo i territori, ma anche le culture, le civiltà, le lingue, le narrazioni stesse di un popolo, di una nazione, di un gruppo etnico. Tensioni che hanno trovato nella modernità liquida la possibilità di manifestarsi in modo compiuto. Pertanto anche se l’occidente vive una sua crisi la globalizzazione continua va avanti. Lo sviluppo dell’Africa, insieme con il Far East sono elementi che fanno comprendere come la crescita delle connessioni, del prodotto interno lordo globale, del reddito procapite e del reddito disponibile alla popolazione sono in continua diffusione. Così come anche le idee. Tuttavia è chiaro che se si vuole affrontare la questione della globalizzazione dal lato dello Stato si vedrà che lo Stato è in crisi. Tuttavia lo Stato come lo abbiamo conosciuto in Europa dal 1648 ad oggi, ovvero lo stato-nazione, è una rarità nella storia degli Stati. La gran parte degli Stati che hanno prodotto civilizzazione sono stati multietnici. E del resto l’Unione Europea da un lato e gli Stati uniti dall’altro sono esempi di stati multietnici; l’Unione Europea per costituzione, gli Stati Uniti grazie all’immigrazione. Fanno eccezione in questo senso gli stati del Far East che sembrano avere una maggiore uniformità culturale al proprio interno. Tuttavia nessuno Stato da solo può governare la globalizzazione. Gli Stati, se permangono in una condizione di efficienza amministrativa, possono partecipare alla globalizzazione e creare le opportunità per lo sviluppo delle interazioni tra le organizzazioni produttive. Tuttavia la globalizzazione riguarda più il  privato, il comune e il civile che il pubblico. Il privato, il comune e il  civile partecipano della realizzazione di una nuova fase degli enti pubblici con orientamento anche meta-statale.
La globalizzazione quindi è in ritirata ?  Sembra proprio di no. Al massimo sono in ritirata quegli ordinamenti inefficienti e arretrati rispetto alle sfide della globalizzazione.









martedì 16 settembre 2014

L’inflazione è una parte di PIL


« L'epoca dell'alta inflazione è finita per sempre? In un mondo di crescita lenta, enorme indebitamento, terribili pressioni distributive, chiedersi se l'inflazione sia morta e sepolta o appena dormiente è di somma importanza.» [...]«Oggi l'alta inflazione pare a tal punto remota che molti analisti la considerano come poco più di una curiosità teorica.» […]«E alcune delle stesse pressioni che hanno contribuito a contenere l'inflazione negli ultimi vent'anni stanno venendo meno.» «[…] il tasso di inflazione a lungo termine di un Paese è tuttora il prodotto di scelte politiche e non di decisioni tecnocratiche.» […]«Eppure, sul lungo periodo, non c'è garanzia che una banca centrale sia in grado di restare salda e tenere la propria posizione in caso di shock violenti come la continua lentezza della crescita della produttività, gli alti livelli di indebitamento, una pressione a ridurre l'ineguaglianza tramite trasferimenti pubblici.» […] « Il modello moderno delle banche centrali ha fatto meraviglie per abbassare l'inflazione.»(K. Rogoff, Il sole 24 ore, L'inflazione è «dormiente» ma non è morta)

Nell’articolo considerato si fa riferimento alla questione della bassa inflazione come un problema strutturale dell’economia occidentale. In realtà dobbiamo ricordare quanto l’inflazione sia stato un enorme problema del corso dello sviluppo dell’economia. Nel 900 si sono avuto periodi di altissima inflazione in corrispondenza di guerre oppure in corrispondenza di veri e propri fenomeni epocali. La scomparsa dell’inflazione dal novero degli fenomeni macroeconomici empirici deve essere messa in relazione con la scomparsa della crescita economica nelle  economie occidentali. Se infatti consideriamo la relazione tra inflazione e tasso di crescita per l’unione europea possiamo verificare che , escluso il periodo della stagflazione nel decennio che ha visto vincere le politiche economiche monetariste su quelle keynesiane, per la restate parte della storia economica recente l’inflazione si è accompagnata alla crescita economica.
Sicché possiamo affermare che l’inflazione potrà manifestarsi di nuovo quando l’economia tornerà a crescere. E’ chiaro che non si fa riferimento a tassi di inflazione a due cifre che sono rappresentativi di situazione di crisi dell’economia. Ma di quel tipo di inflazione, che come i debitori sanno bene, lubrifica i meccanismi dell’industria e dell’impresa e consente ai soggetti economici di poter avere maggiore serenità nelle scelte.
L’inflazione è parte della crescita economica. Quando  torneremo a crescere torneremo a verificare la presenza dell’inflazione.

Inflazione e Crescita economica in Europa dal 1960 al 2013.Dati WB

sabato 13 settembre 2014

From too weak to wake to awake on wave


«Raramente il confronto tra i governi europei è stato aspro quanto negli ultimi giorni. Il ritorno dell'economia in recessione ha reso più mordente la diffidenza reciproca e più tagliente il linguaggio.[…] L'annuncio unilaterale del governo francese di non rispettare i vincoli di bilancio ha sfiorato l'irrisione; i toni con cui Berlino rimprovera gli altri paesi sono diventati acrimoniosi; la Bce chiede all'Italia sforzi fiscali ancora maggiori, ma è finita essa stessa nel mirino del governo tedesco. Tutti sembrano prepararsi a un regolamento di conti.[…] Bisogna che questa assurda escalation dei toni rientri nei ranghi ragionevoli. […] bisogna subito riaccendere il motore, con un piano di investimenti.[…] Il pacchetto dei tre motori - domanda, riforme, investimenti - è realizzabile all'interno del Patto di stabilità.[…] Alla fine […] la vera debolezza strutturale dell'euro area […] è […] nel vuoto di volontà politica e di cooperazione solidale. » (CarloBastasin, Se l'Europa rischia la resa dei conti , Il sole 24 ore,12 settembre2014) 

In questo articolo si mettono in evidenza le caratteristiche del dibattito europeo fondato sulla contrapposizione tra le varie economie nazionali. Le frizioni tra i vari paesi europei sono tali da creare una continua discussione tra tensione alla europeizzazione e la ricaduta in termini di interesse nazionale. Le scorse elezioni europee sembrano non essere state in grado di mettere una fine alla contrapposizione nel tentativo di puntare sugli elementi comuni per riprendere il progetto dell’Europa Unita come area comune degli europei e come area leader nella globalizzazione. La crescita economica non può realizzarsi senza un attivismo a livello politico-istituzionale che si fondi su di una costituzione condivisa che sia rigida. Il patto di stabilità fondato su regole auree deve essere inserito in un quadro costituzionale che consenta di creare maggiore fondamento all’ordinamento europeo. Le regole condivise devono essere scritte in una costituzione rigida. La rigidità della costituzione anche in materia economica deve accompagnarsi alla presenza di una flessibilità nelle politiche economiche. In questo senso la creazione di un governo europeo è fondamentale. Le politiche economiche devono invece essere flessibili, soprattutto sotto il punto di vista fiscale poiché le condizioni economiche dei paesi europei sono diverse e quindi hanno bisogno di diverse politiche economiche fiscali. Occorre quindi cambiare la struttura dell’ordinamento europeo. Una costituzione rigida che consenta di eleggere un parlamento ed un governo in grado di realizzare in modo pieno la disposizione del potere legislativo ed esecutivo e che consentano anche la creazione di un potere giudiziario europeo, e dall’altro lato delle politiche economiche che siano flessibili, in grado di corrispondere alle esigenze e ai bisogni delle varie aree nazionali e regionali che compongono l’Europa. La politica economica deve essere flessibile. La politica economica è, nella definizione di Neville Keynes “arte del governo”.  La quale circostanza richiede che innanzitutto vi sia un governo europeo e che sappia realizzare delle politiche che siano anche in grado di cambiare per seguire, contrastare, anticipare il ciclo  economico e per andare incontro alle caratteristiche tipiche di alcune economie locali. E’necessario quindi introdurre elementi di un costituzionalismo rigido e forte nell’UE ed evitare che il punto di maggiore confronto sia il patto di stabilità. La politica economica deve essere lasciata libera di consentire ad un ordinamento di conseguire gli obbiettivi fissati dalla
costituzione per incrementare il significato politico dell’UE.Se invece si lascia che la costituzione sia mutevole in un quadro di politica economica rigida si rischia non solo di ridurre il significato politico dell’UE ma anche di ridurre le probabilità di conseguire quegli stessi obbiettivi indicati come fondamentali.  L’UE basata sul patto di stabilità è “Too weak to wake”. Solo un fondamento costituzionale rigido della costituzione può consentire all’UE di trovare la forza di svegliarsi e performare la migliore politica economica nel contesto della globalizzazione. 


venerdì 29 agosto 2014

Nuove istituzioni bancarie per risolvere il credit crunch

«La crisi ha messo a nudo e anzi aggravato i tradizionali punti deboli della struttura finanziaria del nostro mondo produttivo e quindi rischia di mantenere, o addirittura aumentare, il ritardo delle nostre imprese rispetto ad altri Paesi, creando un vero e proprio "cuneo finanziario" che si aggiunge a quello fiscale, già di per sé preoccupante. Guardando ad esempio ai dati della Bce sul costo medio dell'indebitamento delle imprese, si osserva che a luglio le imprese italiane pagavano per il breve termine un tasso superiore a quelle di Francia, Germania e Spagna compreso fra 1,68 e 0,31. Il differenziale per i tassi a lungo termine risulta inferiore, ma siccome il nostro è il Paese in cui è più diffusa l'indicizzazione ad un tasso a breve per i prestiti a medio termine (e anche questo è un problema), il primo spread è quello che conta.» (Marco Onado, Il «cuneo finanziario» che pesa sull'impresa, Il sole 24ore, 29 agosto 2014)

L’alto costo del credito caratterizza l’economia italiana in modo strutturale rendendo difficile per le imprese realizzare dei progetti aldi fuori dell’economia bancaria. Le imprese sembrano essere legate in modo strutturale alle banche.  Il “monopolio” del credito riconosciuto alle banche riduce la possibilità da parte delle imprese di finanziarsi attraverso altra via e nello stesso tempo riduce la possibilità da parte delle imprese di realizzare quella libertà economica della quale ci hanno parlato gli economisti neoclassici e che taluni legislatori, come quello italiano, hanno posto nella costituzione. Uno squilibrio che nello stesso tempo tiene fuori i risparmiatori  dalla possibilità di decidere quali siano le imprese virtuose. Non dobbiamo infatti dimenticare che sono i risparmiatori ad allocare presso le banche quelle risorse che poi vengono ad essere impiegate nell’investimento nelle attività delle imprese. I risparmiatori affidano alla banca una delega alla risoluzione dell’asimmetria informativa tra chi detiene risorse a titolo di risparmio e chi invece necessita di risorse per realizzare degli investimenti. Una delega che quindi le banche amministrano in modo inefficiente quando dispongono un alto prezzo del credito nei confronti delle imprese, oppure quando hanno dei problemi nella selezione delle imprese vincenti o dei progetti imprenditoriali profittevoli. Per  questa ragione in altri paesi che sono caratterizzati da una maggiore importanza del mercato nel finanziare le imprese rispetto  al sistema europeo, si realizza il cosiddetto external finance, ovvero la possibilità da parte delle imprese di ricorrere al mercato attraverso la collocazione di titoli obbligazionari oppure di azioni, rivolgendosi direttamente al pubblico dei risparmiatori ed anche agli investitori istituzionali. La possibilità di accedere ad un altro strumento di finanziamento delle imprese rende più concreta quella libertà dell’iniziativa economica privata che sembra caratterizzare i sistemi economici occidentali.  Tuttavia è necessario pure considerare che anche in Italia  si è dato origine attraverso il crow founding a una apertura del novero dei soggetti che possono partecipare al finanziamento delle imprese. Il limite del crow founding consiste ovviamente nel fatto che le imprese finanziabili sono start up e quindi non vi sarebbe  possibilità per una impresa che magari esista già da alcuni anni e che abbia uno storico negativo di poter essere rifinanziata. E allora in queste circostanze è necessario riprendere in mano la funzione dell’institutional building. Non dobbiamo dimenticare che ogni volta che il capitalismo si è trovato in difficoltà ha prodotto delle nuove istituzioni in grado di risolvere delle problematiche. Anzi in realtà il capitalismo stesso potrebbe essere considerato come una istituzione prodotta dalla civiltà occidentale per risolvere il problema della produzione e approvvigionamento delle risorse. Per esempio le banche stesse sono state introdotte per risolvere dei fallimenti di mercato. Ora il fallimento di mercato costituito da quelle imprese che hanno una capacità di produzione pure avendo uno storico negativo e che per tale ragione non possono essere finanziate perché non considerate solvibili, può essere risolto con l’istituzione di organizzazioni ad hoc.  Istituzioni che siano finalizzate alla efficienza delle imprese che hanno capacità produttive anche se in una condizione generale di difficoltà. Imprese che magari hanno un eccesso di debiti, una struttura di bilancio negativa, oppure bassi profitti, e che purtuttavia hanno ancora una capacità produttiva dovrebbero essere “reinserite” nel mercato da istituzioni finanziarie ad hoc che si occupino di ripristinare l’efficienza nelle imprese attraverso processi generativi, sia a carattere creditizio che amministrativo e manageriale. Molto spesso questa attività viene svolta in modo altamente speculativo da diversi enti o istituzioni che operano nel settore “private” e che si ingeriscono nella proprietà delle imprese. Sarebbe invece il caso che il processo di rigenerazione delle imprese avvenisse attraverso un approccio di carattere mutualistico, non profit, e se possibile su base solidaristica e cooperativa anche se su grande scala.
E’ necessario considerare che ogni volta che si salva una impresa, il che significa salvare la capacità dell’impresa di realizzare degli investimenti produttivi anche a mezzo del credito, si salva una cultura imprenditoriale, artigianale, di mestieri e di attivismo sociale e civico che potrebbe essere difficile andare a ricostruire.

Tuttavia per realizzare questo tipo di attività è necessario costituire delle organizzazioni economiche a fondamento istituzionale che siano in grado anche di dare senso a quell’institutional building capability che si pone come momento fondamentale del processo della civilizzazione occidentale e globale. 

giovedì 28 agosto 2014

Il debito tedesco pesa sull'Unione Europea

« Il furore rigorista degli ultimi anni si è fermato ma il motore riformista stenta a partire. Risultato, l'Europa si dibatte tra recessione e minaccia deflazionista. […] L'eccesso di austerità inflitto al fianco Sud dell'euro è stato controproducente: ne ha gelato l'economia facendone lievitare i debiti che avrebbe invece dovuto contribuire ad abbattere. L'inventario dei danni collaterali che hanno finito per lambire anche il Nord, visto l'alto grado di interdipendenza nell'area, da tempo suggerisce una correzione di rotta: giocando la partita doppia del rigore temperato, da affiancare a un serio impegno alla modernizzazione e de-sclerotizzazione dei vari sistemi-paesi del club. In breve, all'attuazione di riforme strutturali riscoperte come l'unico vero motore di crescita sostenuta nel mondo globale.Se la dottrina tedesca è diventata assolutamente dominante (con il suo bagaglio di errori al seguito), è anche perché nessuno finora ha saputo contrapporle valide ricette alternative. Il vetero-socialismo e le scorciatoie del deficit-spending sono state superate dalla storia.» (Adriana Cerretelli, Le credenziali obbligate di Italia e Francia, Il sole24 ore ,di 28 agosto 2014)

 

Nel citato articolo si fa riferimento alla condizione strutturale dell’Unione Europea. La presenza non soltanto di economie che sono differenziate per caratteristiche produttive, strutture di bilancio, condizione del debito pubblico e cultura economica, ma pure per una forte caratterizzazione politica economica legata. La contrapposizione tra un Nord, Nord Est ricco e virtuoso e un Sud-sud Ovest povero e con scarse possibilità di crescita economica accompagna dal 1989, se non anche da prima, il processo di integrazione dell’economia europea. Non sarà possibile mettere d’accordo le aree diverse dell’Unione europea in una unica politica economica. Né l’austerità ha lo stesso effetto su tutti i paesi e le stesse popolazioni. Se per i tedeschi l’austerità può servire a svolgere una sorta di extra-motivazione che agisce sulle ragioni metastoriche dell’esistenza del popolo germanico azionati dal tentativo di emancipazione da se stessi e dal passato pesante, per altri popoli l’austerità si manifesta come punizione dinanzi alla propria identità culturale e produttiva e fa scaturire sensi di colpa, rinunce, ripiegamenti su se stessi.

La questione del debito è la più sconcertante di tutte. Se infatti il debito si considera sotto il mero punto di vista economico- finanziario allora vi sono vari strumenti che potrebbero essere utilizzati per mettere fine alla questione del debito di alcuni paesi: maggiore solidarietà intraeuropea, creazione di eurobond, realizzazione di un sistema europeo di controllo e gestione dei conti,la creazione di un ministero europeo per l’armonizzazione dei conti degli Stati membri, e così via.

Tuttavia se per debito intendiamo l’eccesso di fiducia riposta in un popolo e la sua difficoltà a corrispondervi allora la questione è più complessa e si entra quasi in una sorta di eugenetica morale, fatta di superiorità dei popoli misurata in relazione al  rispetto di regole a volte difficili da valutare, basate su principi di correttezza e purezza della morale.

Nel ranking dei paesi affidabili ci sono la Germania e altri paesi del Nord. E non ci si rende conto di quante volte questi paesi hanno messo a rischio il bene comune della pace europea per perseguire i propri obbiettivi di purezza.

L’eugenetica morale è un problema soprattutto in un continente abitato da 250 milioni di persone circa parlanti più di una ventina di lingue diverse e a struttura etno-antropologica complessa e cangiante.

E allora cosa pesa di più sull’Unione Europea ?

Il debito amministrativo-finanziario dei paesi del Sud che comunque sarebbe risolvibile con strumenti di politica economica che abbiamo già citato oppure il debito dei tedeschi che si pone come momento metastorico di emancipazione di un popolo dalla dubbia storia ?

Il debito tedesco pesa sull’Europa assai più di quello dei paesi del sud.

Soprattutto perché il debito tedesco non è risolvibile con gli strumenti amministrativi.

domenica 24 agosto 2014

La partecipazione democratica tra politica e finanza

In un articolo pubblicato su “ il sole 24” intitolato “ Quando la corruzione diventa legalità” si fa riferimento alla  diffusa e crescente corruzione che riguarderebbe gli stati uniti in una sempre più presente commistione tra politica e finanza. L’editorialista scrive che: «La dimensione globalizzata del capitalismo finanziario ha fatto si che la corruzione della legalità dai paesi di maggiore influenza politica ed economica si espandesse velocemente agli altri». L’elemento che avrebbe fatto scaturire la  valutazione circa la centralità crescente della corruzione negli usa sarebbe da rinvenirsi nelle sentenze della corte suprema statunitense la Citizen United v FecC del gennaio 2010 e la recentissima McCutcheon v Fec del2 aprile 2014,  che avrebbero  «[…]definitivamente tolo ogni limite ai finanziamenti, diretti e indiretti, ai politici da parte delle grandi società in qualunque forma e attraverso qualsivoglia mezzo. » Secondo l’editorialista «Gli interessi della comunità finanziaria diventano così indissolubilmente legati alla politica […] ».  «[…] il governo degli Stati Uniti sta sempre più diventando “Government of Corporations” e non “Government of People” ». Con tali provvedimenti  « […]la corruzione si è inserita nella legalità» al punto tale che il finanziamento delle campagne elettorali sarebbe stato associato al fondamentale diritto di parola poiché «[…] secondo la decisione di McCutcheon […] “Corporations are people and Money is Speech” » 

Ora è necessario considerare che negli Stati Uniti il sistema di finanziamento della politica è sempre stato in chiaro come dimostrano molte istituzioni che tengono le fila dei finanziamenti ai politici e ai partiti. Nulla questio quindi se i gruppi finanziari del paese ritengono di finanziare le campagne elettorali dei soggetti politici in grado di difendere taluni particolari interessi e constituencies. L’elemento di democrazia consiste nella trasparenza. La trasparenza rende i cittadini responsabili delle scelte dei politici. I cittadini possono verificare se i politici hanno ottenuto dei finanziamenti. I cittadini possono valutare la capacità del politico di essere indipendente oppure di farsi “catturare” dal soggetto finanziatore e quindi decidere di rivotarlo o meno. L’esistenza di una legge, e di sentenze, chiarificatrici è da considerarsi un elemento di civilità. La proposizione “corporations are people”  ha un suo fondo di verità. In un sistema ad azionariato diffuso le grandi imprese sono in grado di rappresentare delle componenti fondamentali della popolazione. Popolazione che potrebbe anche non partecipare dell’attività  politica in modo diretto e che purtuttavia vi partecipa in un modo indiretto a mezzo di una sorta di “extra-delega” assegnata all’impresa nella quale lavora, o nella quale ha investito i risparmi. Inoltre è necessario considerare il ruolo che le grandi imprese statunitensi hanno anche per la costituzione di un senso di identità nazionale. Molta parte della grandezza del capitalismo americano è legata alla capacità di sviluppare quelle organizzazioni complesse e multi obbiettivo che sono le big corporations. La big corporation rappresentano anche i sogni, le speranze e il senso di comunità nazionale.
E’ chiaro che la commistione tra finanza e politica potrebbe mandare in corto circuito l’economia e la democrazia statunitense se non vi fossero passaggi elettorali in grado di coinvolgere i cittadini come singoli e come membri di gruppi associati. Poiché nella democrazia sono sempre le persone a detenere il “potere sovrano” di uno Stato, anche in presenza di imprese profittevoli. La commistione politica-finanza per poter essere efficiente deve innestarsi nel processo democratico che chiama in causa il popolo.
Incrementare il numero delle votazioni, degli enti per i quali si vota, delle consultazioni referendarie, e anche sui singoli temi,può sembrare un costo per la velocità decisionale. Tuttavia in alcune circostanze può essere fondamentale per fare in modo che la relazione tra politica e finanza sia inserita in un contesto democratico e diventi quindi una risorsa per la democrazia e la prosperità.

Reference

Guido Rossi, Quando la corruzione diventa «legalità», Il sole 24 ore, Domenica 24 agosto 2014, n. 231, pag. 1 e 12. 

giovedì 17 luglio 2014

Il bacio di Cassandra

« Gli accordi di Bretton Woods continuano a esercitare un grandissimo fascino tanto […]La sua visione istituzionale è legata a un sistema di sicurezza globale. Secondo Keynes l'elemento chiave fu il processo di deliberazione e pianificazione internazionale condotto da "una singola potenza o da un gruppo di potenze accumunate dalla stessa visione". […]Il rivale di Keynes, Friedrich Hayek, si spinse ancora più oltre affermando che l'ordine giusto e durevole non avrebbe mai dovuto essere negoziato, doveva essere spontaneo. […]In effetti, tutti i grandi successi della diplomazia finanziaria su vasta scala furono raggiunti grazie a negoziati bilaterali.[…] Oggi, la diplomazia economica internazionale ruota intorno a Cina e Stati Uniti.[…] Cosa potrebbe convincere i leader cinesi a rafforzare in tempi brevi quell'economia globale aperta che ha permesso la crescita della loro economia centrata sulle esportazioni? Un possibile catalizzatore potrebbe essere una crisi finanziaria provocata dal sistema bancario ombra, così carico di rischi. Un altro la corsa alla leadership globale. O forse lo stimolo verrà dal timore che il mondo scivoli verso il protezionismo, con accordi commerciali bilaterali e regionali, come l'Accordo transatlantico per la liberalizzazione del commercio e degli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip), che acuiscono le divisioni fra chi li sottoscrive e il resto del mondo. […]Gli accordi di Bretton Woods hanno dimostrato come debba esserci una grande crisi per mettere in atto una dinamica politica riformista.»(Cosa ha reso possibili gli accordi di Bretton Woods di Harold James e Domenico Lombardi13 luglio 2013).

In questo articolo si mette in evidenza il contesto che ha portato alla costituzione degli accordi di Bretton Woods costitutivi dell’ordinamento istituzionale globale fondato sulla Banca centrale e sul Fondo monetario internazionale con il riconoscimento formale del declino “felice” anglosassone e della nuova egemonia statunitense. Il sistema di Bretton Woods ha funzionato come sistema di coordinamento e cooperazione istituzionale soprattutto perché esso poneva fine ad un periodo di contrapposizioni legate alla seconda guerra mondiale. Nell’articolo non si fa riferimento al protezionismo post crisi 1929.  Vi è stata dunque una ragione di carattere economico che ha dato origine nel periodo 1929-1938 alla crescita di quella tensione internazionale fondata sulla centralità di stati nazionali chiusi al commercio internazionale che ha portato alla seconda guerra mondiale. Il livello di protezionismo internazionale è una buona inferenza circa la probabilità di un conflitto regionale, continentale o mondiale. La crescita del livello di protezionismo consente di dare qualche posto di lavoro in una qualche nazione o regione e di incrementare in modo più che proporzionale il rischio di un conflitto armato utranazionale e ultraregionale. I paesi dell’Unione Europea da sempre impegnati in un gioco a somma zero sul commercio internazionale hanno trovato il loro difficile equilibrio nella costituzione dell’euro. Nel resto della braudeliana “economia mondo” questa possibilità non sembra essere ancora determinata. Perché per quanto gli Stati nazionali godano di una reputazione sempre più bassa rispetto al mercato è anche vero che i paesi di nuovo sviluppo la Cina, il Brasile, la Turchia,l’India così come anche gli Stati Uniti e la Russia danno al carattere statuale della loro economia un ruolo fondamentale che potrebbe portare ad una  crescita del livello di protezionismo tale da portare ad una nuova guerra regionale, nazionale oppure continentale.  Tuttavia è necessario considerare che se Bretton Woods ha avuto successo è stato anche perché la pianificazione delle relazioni internazionali è uno strumento di politica economica per creare un quadro di crescita ,sviluppo e convergenza. La guerra ha costretto i paesi a pianificare e purtuttavia la pianificazione è uno strumento sempre esperibile per la politica economica internazionale. E’ difficile comprendere perché la pianificazione funziona nel settore privato e invece deve essere del tutto rigettata nelle relazioni internazionali tra gli Stati. Gli operatori del mercato pianificano circa il funzionamento della propria azienda sia come entità autonoma che nelle sue relazioni con le altre imprese e con il mercato nel suo complesso compreso anche lo Stato. Niente di male quindi se anche gli Stati realizzano una qualche pianificazione soprattutto se volta ad incrementare gli scambi commerciali, a ridurre i rischi sistemici di carattere commerciale e finanziario per evitare che si determini un conflitto armato. Al massimo possiamo considerare l’esistenza di una contrapposizione tra la pianificazione realizzata dallo Stato e quella realizzata dalle tante organizzazioni di carattere informale a carattere privatistico, cooperativo e mutualistico che  decidono zone ed aree di influenze della politica economica “dal basso” oltre che sugli stati. Sono questi soggetti i maggiori oppositori della pianificazione del commercio internazionale e dell’equilibrio finanziario globale realizzato dagli stati. La funzione di pianificazione della politica economica è stata privatizzata di fatto dalle organizzazioni informali capaci di produrre una diritto di fatto ponendo le condizioni dello sviluppo o della crisi di paesi, regioni, e continenti. La crescita in potenza delle organizzazioni informali è una conseguenza dello sfarinamento dello Stato sociale, delle privatizzazioni, delle nuove tecnologie, delle nuove possibilità offerte dall’innovazione finanziaria applicata al settore assicurativo. Sotto il punto di vista del diritto comune informale l’organizzazione “Superiorem non recognoscens” è rappresentata dalle organizzazioni informali. Le organizzazioni informali non riconoscono ente normativo superiore a sé, neanche se si tratta dello Stato.
Tuttavia in questo caso auspicare il ritorno a qualche condizione di maggiore crisi per ritornare ad una contrattazione statale sarebbe dolce come il bacio di Cassandra.