mercoledì 4 giugno 2014

Politica economica e mercati finanziari: il caso dell’abenomics

«In una intervista prima della partenza, Honda - coetaneo di Abe e suo amico da trent'anni - lo sintetizza così: la crescita economica è prioritaria anche e soprattutto per i Paesi ad alto debito[…]. «È fondamentale evitare la deflazione e il prendere piede di aspettative di deflazione, perché poi è molto difficile uscirne. Noi ci abbiamo messo 15 anni […]Quanto al secondo pilastro dell'Abenomics, la «flessibilità fiscale» (non «gli stimoli fiscali» solamente, come alcuni hanno semplificato), Honda ha perso la battaglia con il ministero delle Finanze […] Per i tempi della decisione finale sull'ulteriore rialzo al 10% dell'Iva a partire dall'ottobre 2015 - già prevista sotto il precedente governo -Honda lascia capire che preferirebbe attendere il marzo 2015, ma si rassegna al diktat delle Finanze, che chiedono una scelta entro la fine di quest'anno per preparare il budget di previsione. […] Honda ammette poi che l'Abenomics è al momento cruciale della sua "terza freccia": le riforme di sistema. «Tre sono i punti fondamentali: deregulation, riforma fiscale e rafforzamento della forza-lavoro». Abe ha dato l'altro ieri l'ok a una riduzione dal 2015 della corporate tax, che però sarà inferiore a quanto desiderato dalla Keidanren (la Condindustria), che vorrebbe un taglio secco da oltre il 35% al 25%. ». (Le tre freccedell'Abenomics versione realista, di Stefano Carrer, Il Sole 24 ore, 05 giugno2014)

L’abenomics è stata proposta come una politica economica in grado di rilanciare la crescita economica.
Tuttavia la crescita economica è nella disponibilità dell’economia nel suo complesso più che di un governo.
E’ necessario considerare che in un paese ad altissimo debito come il Giappone il rapporto decifit/pil è molto alto.
Tuttavia la reazione del Governo giapponese è interessante per il dinamismo che riesce a porre nell’economia. Puntare sulla crescita, cercare di ridurre la tassazione, realizzare delle riforme di semplificazione del sistema del lavoro sono elementi fondamentali per il rilancio dell’economia.
E’necessario considerare che l’economia giapponese è stata colpita da una crisi negli anni 90 che ha prodotto effetti di lungo periodo.
Uno degli elementi da considerare nell’economia è il rapporto tra scelte economiche autonome ed elementi di eterodizione dell’attività economica.
I mercati finanziari tendono ad eterodirigere l’economia. Tuttavia per un paese governare l’andamento del mercato finanziario può essere una attività molto costosa soprattutto in presenza di una elevata tendenza all’internazionalizzazione dell’economia.
In questo senso il rapporto tra sovranità nazionale e internazionalizzazione può essere un elemento di difficoltà per l’implementazione delle politiche economiche.
Una attività internazionale di coordinamento potrebbe essere fondamentale per conseguire l’obbiettivo di una maggiore efficacia del rapporto tra politiche economiche e andamento dei mercati finanziari.
La ripresa dell’operatività di istituzioni internazionali di coordinamento può ridurre la capacità dei mercati finanziari di ingerirsi nell’economia interna dei paesi con effetti deleteri riducendo la propensione al rischio da parte degli imprenditori, degli investitori, e deprimendo la condizione dei consumatori.
La globalizzazione ha comportato la crescita di una nuova fase di liberalizzazione dei mercati. Una fase alla quale può seguire una ripresa della cooperazione internazionale volta a dare maggiore incidenza alle politiche economiche dei singoli paesi.



Il governo dell’economia non spetta solo al Governo

« È tempo di dare un freno alla garrula euforia che sembra essersi diffusa nel Paese - non da parte del premier - dopo il «40%» conquistato da Matteo Renzi alle elezioni europee. […] Non sovvertono certamente il dato di una caduta di produzione in Italia del 25% dal 2000 ad oggi contro un incremento del 36% nel resto del mondo. […]I dati sulla produzione industriale di maggio parlano di un modestissimo +0,2% mese su mese.[…]Per non parlare dell'andamento dell'occupazione, che ha registrato ad aprile la perdita di altri 68mila posti di lavoro. […]L'andamento del prodotto è poco più che piatto e l'obiettivo pur modesto del +0,8% a fine anno fissato dal governo è già irrealistico.[…] Soprattutto se ci aggiungi una pressione fiscale sulle imprese che è del 50% superiore alla media europea, come ha denunciato ancora ieri la Corte dei conti, un costo del lavoro che continua a crescere del tutto slegato dalla produttività, un settore sommerso dell'economia che viaggia al 21%. Eppoi il nodo della legalità, che diventa sempre più un allarme nazionale. »(  La dura realtà e il lavoro tutto da fare diFabrizio Forquet, Il sole 24 ore,05 giugno 2014)

Nell’articolo si mettono in evidenza molti problemi del paese. Tuttavia vi sono alcuni punti sui quali il Governo può intervenire come per esempio le tasse, il cuneo fiscale e la legalità. Altre questioni come per esempio la riduzione della produzione industriale e l’andamento del prodotto interno lordo sono variabili nella disponibilità del  sistema industriale più che del sistema politico.  Il governo dell’economia infatti si manifesta come una variabile complessa costituita da interventi governativi ed interventi realizzati da gruppi e forze industriali.
Se infatti le tasse possono essere ridotte dal Governo, insieme con il cuneo fiscale sul lavoro e se il Governo può spronare ad un maggiore controllo di legalità nello stesso tempo sono le imprese che devono investire di più e cercare di realizzare maggiori attività produttive di valore aggiunto.
Il disimpegno da parte delle imprese verso la produzione nazionale, realizzato sia con la scelta della delocalizzazione che con la scelta della finanziarizzazione dei profitti delle imprese, insieme con la ricerca di assetti proprietari volti al potenziamento finanziario più che industriale hanno ridotto la capacità competitiva del capitalismo italiano.
La scarsa cultura economica d’impresa e la tendenza da parte delle imprese ad essere assistite sotto il punto di vista finanziario sia dai finanziamenti pubblici che da relazioni di favore con gli istituti di credito hanno ridotto la capacità competitiva delle imprese italiane.
Il difficile passaggio della crisi si è manifestato anche in corrispondenza di una fase di passaggio delle imprese familiari a generazioni più giovani. Un passaggio di per sé difficile, reso più complicato dalla congiuntura economica.
La difficoltà di resistere all’invasione di capitali stranieri in Italia ha complicato ancora la situazione delle imprese italiane.
Inoltre la difficoltà a esportare oltre l’area europea rende la situazione dell’industria italiana difficile sotto il punto di vista internazionale.
Il Governo può agire con tasse, spesa pubblica e regolamentazione per indirizzare una fase espansiva dell’economia. Tuttavia sono sempre le imprese,i gruppi industriali a dover scegliere di realizzare dei nuovi investimenti produttivi in Italia, di rilanciare la produzione di valore aggiunto, di scegliere la via di una internazionalizzazione oltre i confini dell’Unione Europea.
In questo senso puntare su progetti nuovi, su nuovi brevetti, può essere fondamentale. Esiste un certo dinamismo con riferimento al fenomeno delle start up, della partecipazione diffusa alla produzione. Tuttavia si tratta molto spesso di iniziative discontinue. Gli imprenditori operanti nel settore industriale-manifatturiero potrebbero cercare di selezionare meglio questi progetti per incrementare il livello di innovazione delle proprie industria, di fatto esternalizzando una fase di ricerca e sviluppo e premiando quelle innovazioni in grado di innestarsi meglio con la struttura organizzativa aziendale.
Gli economisti neoclassici dicono che l’impresa è un fascio di contratti. Per realizzare contratti servono relazioni. Le relazioni si fondano sulla fiducia. E in questo senso il sistema industriale può fare molto per migliorare la capacità di concludere contratti e di introdurre nuove risorse nella produzione.


Il problema della scelta tra riforme sociali e riforme istituzionali


« […]Quella crisi che lascia alla Ue dopo 5 anni (2009-13) una disoccupazione totale salita al 10,8%, con quella giovanile salita al 23,4%, con un calo del Pil di 1,2 punti percentuali (p.p.) e con la situazione che nella Uem è anche peggiore. Questo mentre negli Usa il Pil è cresciuto di 6,2 p.p., la disoccupazione è scesa al 7,4% e quella giovanile al 15,5%. Le previsioni per il 2014-2015 indicano per gli Usa un Pil in aumento di 6,2 p.p. e una disoccupazione in calo al 5,9% mentre nella Ue il Pil è previsto crescere di soli 3,6 p.p. e la disoccupazione scendere solo al 10,1%. La differenza è grande e, malgrado non sia imputabile alla Commissione, la stessa ha pur sempre qualche responsabilità. […] Quattro almeno sono infatti le direttrici che Barroso delinea per la crescita e l'occupazione. Quella sul lavoro […] sugli investimenti pubblici e privati, […]sui finanziamenti […],sul completamento del mercato interno e sulla apertura dei mercati nazionali […]. (L'Europa scelga bene il leader della ripresa di Alberto Quadrio Curzio, Il Sole 24 ore 04 giugno 2014) .»

L’area euro presenta maggiori difficoltà economica rispetto all’economia statunitense.
La migliore condizione economica statunitense rispetto a quella europea deriva dal maggiore coordinamento tra politiche economiche monetarie e politiche economiche fiscali realizzatosi negli USA rispetto all’UE.
La possibilità da parte della FED di realizzare il quantitative easing ha incrementato la probabilità per l’economia statunitense di uscire prima dalla crisi economica.
Una possibilità preclusa alla BCE.
Il risultato del mancato coordinamento tra politiche monetarie e politiche fiscali nell’UE ha comportato una riduzione della capacità dell’economia europea di riprendersi rispetto all’andamento dell’economia statunitense.
La difficoltà dell’Unione Europea riguarda sia le riforme istituzionali comunitarie che le politiche economiche da realizzare.
Una delle difficoltà maggiori dell’Unione Europea è nella definizione di un piano per la realizzazione delle riforme delle istituzioni comunitarie e delle politiche economiche da realizzare nei singoli paesi membri.
Una delle domande che si pongono è: come può una unione europea non legittimata nel suo assetto istituzionale imporre agli stati membri delle politiche economiche espansive ?
Per risolvere questo problema è necessario considerare la necessità di condurre insieme un processo riformatore delle istituzioni comunitarie con le politiche economiche espansive.

La legislatura comunitaria deve quindi essere costituente. Per realizzare le politiche economiche espansive nei paesi membri è necessario dotare le istituzioni comunitarie di un a nuova legittimazione costituzionale.
Istituzioni comunitarie dotate di una nuova legittimazione costituzionale posso procedere a realizzare delle politiche economiche espansive nei paesi membri.
Soltanto in questo modo le soluzioni note al problema della ripresa economica possono essere implementate nel sistema economico europeo.
Occorre quindi superare la contrapposizione tra riforme delle istituzioni comunitarie e politiche economiche espansive.
Realizzare insieme le riforme istituzionali comunitarie insieme con le politiche economiche espansive significa dare maggiore forza alla possibilità di introdurre dei principi fondamentali nella “costituzione materiale” dell’Unione Europea tali da poter essere un riferimento per le politiche economiche espansive da realizzare negli stati membri.

Non basta quindi una UE politica. Ci vuole una UE costituente. 

venerdì 23 maggio 2014

Il neonazionalismo nell'Unione Europea


« […] economie che si sviluppano in modo diverso e preferenze politiche dei cittadini anch'esse divergenti sono una combinazione pericolosa sul lungo andare. […]Se i partiti più euro-critici dovessero vincere le elezioni in singoli Paesi […] ogni progetto di modifica dei Trattati, o ogni decisione europea che richiedesse ratifiche parlamentari nazionali, verrebbe accantonata. L'idea di completare l'unione monetaria con la creazione di un governo economico europeo finirebbe in cantina fino a un futuro distante. Sarebbe più difficile anche approvare misure di solidarietà […]. I due fattori – debolezza economica e instabilità politica – si alimentano l'un l'altro e mettono in diretto collegamento gli equilibri nazionali con il voto europeo nel quale gli elettori sono motivati, secondo i sondaggi, dallo stato dell'economia e dal livello di disoccupazione. […]Poi, una volta terminata la campagna elettorale, i toni si abbasseranno. […] I Paesi più fragili saranno un poco più soli e dovranno far leva su se stessi per alimentare assieme lo sviluppo dell'economia e la credibilità della politica.» (La cattiva spirale dell'instabilità, di Carlo Bastasin,22 maggio 2014)

Lo scenario descritto  nell’articolo sembra essere davvero inquietante circa la possibilità da parte dell’Unione Europea di svilupparsi come una comunità politica. Si mette in evidenza il conflitto degli interessi tra paesi poveri e paesi ricchi. Ogni elemento di diversità sembra essere una determinante del conflitto europeo. La presenza di diverse culture economiche, di diverse tradizioni giuslavoristiche, di diverse concezioni di governance bancaria, di diverse pratiche di impresa sociale, e di modalità di esercizio del  mandato della rappresentanza politica sembrano essere un problema nell’Unione Europea. La diversità tra modelli economici all’interno dell’Unione Europea si esprime a livello etno-antropologico e linguistico. Tuttavia è la diversità delle culture economiche e politiche può essere una ricchezza politica per l’Unione Europea. Non vi sono notizie circa l’esistenza di altre comunità politiche caratterizzate da un tale livello di diversità etnoantropologica. Il rafforzamento delle caratteristiche culturali tipiche delle regioni europee è in parte anche una conseguenza del dibattito europeo. Se infatti l’Unione Europea non esistesse le singole aree geografiche rivendicatrici dell’identità culturale non riuscirebbero a coltivare la propria diversità e sarebbero forse più esposte al rischio di eterodirezione politica.  La presenza dell’Unione Europea ha fatto rinascere l’ideale della difesa delle identità regionali nell’Unione. L’attuale nazionalismo, o regionalismo identitario , trova uno dei suoi fondamentali pilastri nell’esistenza dell’Unione Europea. La presenza di una molteplicità di identità politiche è fondamentale per il dialogo politico. Il dialogo politico è una sorta di never ending positive sum game a payoff crescenti in ragione dell’eterogeneità delle identità politiche. La presenza di tale eterogeneità è requisito fondamentale per la costruzione delle politiche economiche europee. Il dialogo politico potrebbe condurre alla convergenza dei modelli economici verso la media europea. La convergenza può riguardare i modelli di politiche sociali. La convergenza può riguardare il reddito minimo di cittadinanza, l’economia dei sistemi scolastici, l’economia sanitaria, l’economia pubblica, l’economia dell’ambiente, l’economia delle imprese industriali, l’economia delle piccole imprese artigiane, l’economia dell’integrazione dei mercati europei.
La diversità delle identità politiche regionali è una ricchezza per l’unione europea. La diversità delle identità politiche è costitutiva delle istituzioni comunitarie. La diversità delle identità politiche nel dialogo politico può incrementare la convergenza verso il bene comune.
  







giovedì 15 maggio 2014

Lo stato come ente di mediazione territoriale tra capitale e lavoro


«[…] il contratto a termine a causale di durata triennale ha tolto dall'orizzonte l'idea del contratto unico a tutele graduate che […] sarebbe anch'esso di durata triennale. È evidente che qualsiasi impresa preferirà il contratto a tempo a qualsiasi altra forma di ingaggio […]. Il retropensiero è che il lavoro sia il "posto" da trascinare a vita […]  proteggendolo con gli ammortizzatori sociali, ordinari, straordinari e infine in deroga. […] Non è un Paese sano quello in cui un sistema esasperato di garanzie e di protezione sociale ritarda […] la modernizzazione e l'innovazione dell'impresa.[…] un ammortizzatore sociale universale[…]  fa pensare che il nuovo welfare renziano potrebbe aumentare […] i costi, allontanandosi […] dall'obiettivo di ridurre il cuneo fiscale. Il tema dei costi esploderà […] se sarà confermata l'idea di puntare […] e sul salario minimo sperimentale […] »  ( Alberto Orioli, Politiche per il lavoro non più per il posto Il sole 24 ore, 15 maggio 2014)

Le  politiche economiche del lavoro sono il punto di svolta di un governo nell’EU. La  Banca centrale europea si concentra solo sugli obbiettivi dell’inflazione. La Federal Reserve si concentra sull’inflazione e sulla disoccupazione. Il Governo italiano è in difficoltà. La politica fiscale del governo deve relazionarsi con la politica monetaria della BCE. La politica fiscale del governo italiano potrebbe trovare l’opposizione della BCE.

La flessibilizzazione dei contratti di lavoro rende il mercato del lavoro sensibile alle politiche monetarie della BCE. L’irrigidimento dei contratti di lavoro produce uno scollamento tra mercato del lavoro e politiche monetarie della BCE. Il governo italiano è indirizzato ad una via di mezzo tra flessibilizzazione e irrigidimento dei contratti di lavoro. La previsione di incentivi per i contratti a tempo rende il mercato del lavoro più reattivo alle politiche della Banca Centrale. L’esistenza di contratti a tempo consente alla Banca Centrale di operare nel mercato del lavoro attraverso il controllo del tasso di interesse misurato su obbiettivi anti-inflazionistici e anti-deflazionistici. L’esistenza di « […]ammortizzatori sociali, ordinari, straordinari e infine in deroga» così come il « salario minimo sperimentale» consentono di dare maggiori tutele al mercato del lavoro in caso di recessione.

Il Job Act è una risposta alla crisi economica e alla sconfitta delle politiche fiscali rispetto alle politiche monetarie. Il governo italiano può agire con una politica economica fiscale accomodante nei confronti della BCE. La politica fiscale del governo italiano è  “too weak to win” in caso di contrapposizione alle politiche della BCE. La politica fiscale accomodante nei confronti delle politiche monetarie della BCE ha maggiori probabilità di successo rispetto ad una politica di contrapposizione nei confronti delle politiche monetarie della BCE. Il Job Act è dunque il tentativo del governo di relazionarsi con le politiche monetarie della BCE.

Il lavoro è un fattore della crescita economica. La finanziarizzazione dell’economia persiste pure nella centralità del lavoro per la crescita economica. Il governo detiene il potere esecutivo dello Stato. Lo Stato si propone come mediatore territoriale tra capitale e lavoro.  Le politiche economiche del lavoro devono trovare un raccordo con  le politiche monetarie della BCE. In caso di mismatch tra politiche economiche fiscali e politiche economiche monetarie il governo deve procedere con un processo di organizational building a fondamento istituzionale per risolvere fallimenti di mercato.  Il costo delle organizzazioni a fondamento istituzionale può essere molto elevato. Tuttavia esso dovrebbe essere sostenuto da un  processo di crescita dell’efficienza del sistema tributario. La tassazione e la regolamentazione sono volte a sostenere organizzazioni a fondamento istituzionale volte al sostegno delle politiche del lavoro in caso di mismatch tra governo e banca centrale. Se quindi l’inflazione è bassa a sostegno degli investimenti,  l’efficienza del sistema tributario è a sostegno del lavoro. Maggiore l’efficienza delle politiche economiche monetarie a sostegno della  bassa inflazione maggiore l’efficienza del sistema tributario a sostegno del lavoro. Lo stato è ente di mediazione territoriale tra capitale e lavoro a mezzo della tassazione e regolamentazione.




mercoledì 23 aprile 2014

A new institutional building

« Le preoccupazioni per lo state capture non sono affatto una novità. In molti paesi gli interessi speciali continuano a mantenere un'indebita ed esorbitante influenza sui legislatori, mentre gli enti di regolamentazione sono sempre propensi a vedere il mondo con gli occhi delle persone sulle cui attività dovrebbero esercitare il controllo. […] Negli ultimi decenni, le attività finanziarie sono cresciute in maniera spropositata rispetto a qualsiasi altro indice dell'attività economica  […]Dagli inizi degli anni Ottanta si era verificata infatti una forma di "cattura cognitiva", e i policymaker si sono convinti che innovazione e deregulation non potevano che migliorare il funzionamento sia dell'intermediazione finanziaria sia dell'economia nel suo complesso. […]Oltretutto, erogare ingenti sussidi impliciti a imprese che sono troppo grandi per fallire non dovrebbe essere una politica praticabile, in quanto incoraggia queste imprese ad assumersi un rischio eccessivo […]Di conseguenza, in Germania e in Francia (come in Giappone) le autorità hanno continuato a opporsi agli aumenti dei requisiti di capitale, nonostante l'ampio consenso sul fatto che farlo sarebbe una componente fondamentale di una ri-regolamentazione efficace. » ( Il futuro dello Statocatturato, Simon Johnson, Il sole24 ore, 23 aprile 2014)

Nel seguente articolo si mette in evidenza come lo stato sia stato catturato da un processo cognitivo a difesa della deregolamentazione dei mercati finanziari e del sistema bancario. Lo Stato, i suoi rappresentati politici e i suoi funzionari-burocrati,  sarebbe catturato da tale jizz cognitivo e incapaci di pensare al benessere comune. Gli interessi delle grandi banche e dei mercati finanziari sarebbero coincidenti con gli interessi dello Stato e della collettività. “What is good for banks and financial markets is good for US” si potrebbe dire parafrasando un celebre motto dell’industrialismo fordista. Tuttavia è necessario considerare il significato della “finanziarizzazione” dell’economia nella globalizzazione. La crescita delle attività finanziarie riflette l’accesso di molti lavoratori al reddito, ovvero al consumo e al risparmio, nel corso della “golden age”. SI tratta di  un fatto rilevante. Per quanto infatti sia interessante investire nella globalizzazione è pure necessario sottolineare che il risparmio di 500 milioni di persone nel mondo occidentale ( Europa + Stati Uniti) costituisce una riserva importante per il sistema bancario europeo e statunitense. Il risparmio degli europei e degli statunitensi è infatti un risparmio in moneta forte, laddove il risparmio realizzabile da altri consumatori in altre aree geografiche ha un valore monetario molto inferiore. Inoltre la riduzione del reddito delle persone in Europa e Stati Uniti riduce la possibilità delle imprese di realizzare una sorta di “ free riding” tra investimento produttivo nei paesi a basso costo di impianto e vendita dei beni in moneta forte nei paesi occidentali. Il sistema bancario e finanziario europeo e occidentale ha un pilastro fondamentale  nel reddito dei lavoratori, nelle pensioni, nel risparmio dei cittadini, nelle assicurazioni che i cittadini sono in grado di sottoscrivere. La riduzione del numero di persone che possono accedere a questo mercato interno può costituire una forma di rischio sistemico molto forte per le banche e i mercati finanziari. Le banche e i mercati finanziari perdono autonomia rispetto alla banca centrale all’aumentare del numero di persone a minore reddito e risparmio.
Le politiche a favore della crescita delle riserve bancarie e della regolamentazione hanno un effetto anticiclico. Tuttavia gravano sui più deboli. Il credi crunch è una misura recessiva. L’aumento delle riserve bancarie aumenta la sostenibilità del sistema bancario e finanziario in modo meno che proporzionale rispetto all’aumento del reddito delle persone e del risparmio. Il vero collaterale di una politica economica e finanziaria avente ad oggetto il tema della sostenibilità è la riduzione del tasso di disoccupazione e la regolamentazione dei mercati speculativi.
Se infatti la crescita delle riserve bancarie può essere recessiva, la regolamentazione dei mercati finanziari nei periodi di crisi economica può essere molto positiva perché riduce il rischio che le risorse  piuttosto che investite nell’economia reale siano ancora utilizzate per ottenere redditi dalla speculazione.
Inoltre la regolamentazione finanziaria può essere oggetto di una scelta a carattere politico laddove la crescita delle riserve bancarie è demandata alle autorità di autoregolamentazione.
Tuttavia è necessario anche considerare la possibilità di strade nuove per dare nuovo slancio all’economia,soprattutto nel mondo occidentale. E’ necessario per i cittadini europei e statunitensi riappropriarsi di una capacità di fondare nuove istituzioni del mercato e realizzare nuove organizzazioni a fondamento istituzionale tali da poter realizzare una nuova fase di diritti e crescita. Temi come l’acquisto di una abitazione, l’ottenimento di risorse finanziarie necessarie per far fronte al pagamento di spese fondamentali, piccole risorse finanziare da destinare a progetti imprenditoriali, devono poter essere condivise a mezzo di nuove organizzazioni a fondamento associativo di economia civile tali da superare i problemi posti dalla crisi del sistema bancario e finanziario. Una nuova fase di institutional building può essere fondamentale per rompere la cattura cognitiva e acquisire libertà economica.


martedì 22 aprile 2014

"You are my euro" (par.)


« «I prodotti tedeschi non si vendono, si comprano. Per questo sono largamente anelastici ai tassi di cambio» ricordava tempo fa un grande imprenditore europeo. Quindi un euro che batte il dollaro in un rapporto di quasi 1,40 non impressiona nessuno a Berlino. Dove anzi ci si rallegra perché si ha la piena consapevolezza che, se non avesse la zavorra del Sud - in questo caso provvidenziale - da perfetta fotocopia del vecchio marco, l'euro schizzerebbe ancora più in alto, verso livelli che alla lunga potrebbero diventare insostenibili perfino per la competitiva economia tedesca.[…] Se i patti di stabilità sottoscritti vanno mantenuti, se conti sani e riforme sono prima di tutto nell'interesse nazionale dei Paesi membri più fragili, un rapporto di cambio ragionevole con il dollaro in un'Eurozona che finora è cresciuta puntando essenzialmente sull'export non è una variabile che si possa ignorare. Soprattutto in questa difficile fase di transizione, si spera, verso una stabilità economica più solida e duratura. (Fermare il super euro per «riunire» l'Eurozona, Adriana Cerretelli, 22 aprile 2014, Il Sole 24 ore) »

In questo articolo si propone una discussione circa il significato dell’Euro. E si mette in relazione il valore dell’euro con quello del dollaro statunitense. E’ necessario considerare l’impossibilità di un paragone tra le politiche economiche monetarie e fiscali dell’euro e quelle del dollaro. Mentre il dollaro è fondato su politiche monetari e fiscali unitarie esercitate le prime dalla FED  e le seconde dal Governo degli Stati Uniti, in Europa solo le politiche monetarie sono unitarie, esercitate dalla BCE, mentre le politiche fiscali sono molteplici. Non è pertanto possibile paragonare l’euro al dollaro sotto il punto di vista della politica economica. Tuttavia si possono fare dei progetti di politica economica costituzionale volti all’instaurazione di un governo politico dell’UE. Il governo della politica economica fiscale dell’UE dovrebbe essere rivolto alla introduzione di politiche economiche fiscali in grado di dare unitarietà al progetto europeo. In modo particolare l’indicazione di politiche economiche fiscali in grado di “contrapporsi”  alle politiche economiche monetarie della BCE.  Una politica economica fiscale  in grado di affrontare le questioni della disoccupazione, dell’immigrazione, del prelievo fiscale, del risparmio,  del consumo, e della condizione dell’istruzione e della sanità in tutta Europa. L’esistenza di un governo della politica fiscale europea può dare maggiore rilievo alle regioni d’Europa a mezzo del coordinamento tra aree differenti. La presenza di un processo democratico in grado di costituire un meccanismo di selezione del governo della politica economica fiscale europea è fondamentale per garantire la rappresentatività delle varie forze politiche.
Può sembrare difficile per una Europa costituita da 27 popoli, 27 lingue e 27 tradizioni nazionali trovare un elemento in comune nella costituzione di un governo politico in grado di esercitare una politica economica fiscale. Tuttavia la presenza di un governo in grado di esercitare una politica economica fiscale, insieme con la presenza di un parlamento e di un potere giudiziario europeo, possono insieme delineare un contrappeso alla centralità dei mercati finanziari e del mercato bancario. Le disuguaglianze economiche sono molto forti nell’Europa dell’Euro.  Le disuguaglianze economiche potrebbero crescere nella zona dell’Euro. Il periodo economico post-crisi potrebbe essere caratterizzato dalla ripresa della disuguaglianza.  Per combattere la disuguaglianza economica la politica economica fiscale potrebbe essere una buona soluzione soprattutto se le economie a maggiore reddito mostrano di caratterizzarsi per avidità ed elitismo.