sabato 13 settembre 2014

From too weak to wake to awake on wave


«Raramente il confronto tra i governi europei è stato aspro quanto negli ultimi giorni. Il ritorno dell'economia in recessione ha reso più mordente la diffidenza reciproca e più tagliente il linguaggio.[…] L'annuncio unilaterale del governo francese di non rispettare i vincoli di bilancio ha sfiorato l'irrisione; i toni con cui Berlino rimprovera gli altri paesi sono diventati acrimoniosi; la Bce chiede all'Italia sforzi fiscali ancora maggiori, ma è finita essa stessa nel mirino del governo tedesco. Tutti sembrano prepararsi a un regolamento di conti.[…] Bisogna che questa assurda escalation dei toni rientri nei ranghi ragionevoli. […] bisogna subito riaccendere il motore, con un piano di investimenti.[…] Il pacchetto dei tre motori - domanda, riforme, investimenti - è realizzabile all'interno del Patto di stabilità.[…] Alla fine […] la vera debolezza strutturale dell'euro area […] è […] nel vuoto di volontà politica e di cooperazione solidale. » (CarloBastasin, Se l'Europa rischia la resa dei conti , Il sole 24 ore,12 settembre2014) 

In questo articolo si mettono in evidenza le caratteristiche del dibattito europeo fondato sulla contrapposizione tra le varie economie nazionali. Le frizioni tra i vari paesi europei sono tali da creare una continua discussione tra tensione alla europeizzazione e la ricaduta in termini di interesse nazionale. Le scorse elezioni europee sembrano non essere state in grado di mettere una fine alla contrapposizione nel tentativo di puntare sugli elementi comuni per riprendere il progetto dell’Europa Unita come area comune degli europei e come area leader nella globalizzazione. La crescita economica non può realizzarsi senza un attivismo a livello politico-istituzionale che si fondi su di una costituzione condivisa che sia rigida. Il patto di stabilità fondato su regole auree deve essere inserito in un quadro costituzionale che consenta di creare maggiore fondamento all’ordinamento europeo. Le regole condivise devono essere scritte in una costituzione rigida. La rigidità della costituzione anche in materia economica deve accompagnarsi alla presenza di una flessibilità nelle politiche economiche. In questo senso la creazione di un governo europeo è fondamentale. Le politiche economiche devono invece essere flessibili, soprattutto sotto il punto di vista fiscale poiché le condizioni economiche dei paesi europei sono diverse e quindi hanno bisogno di diverse politiche economiche fiscali. Occorre quindi cambiare la struttura dell’ordinamento europeo. Una costituzione rigida che consenta di eleggere un parlamento ed un governo in grado di realizzare in modo pieno la disposizione del potere legislativo ed esecutivo e che consentano anche la creazione di un potere giudiziario europeo, e dall’altro lato delle politiche economiche che siano flessibili, in grado di corrispondere alle esigenze e ai bisogni delle varie aree nazionali e regionali che compongono l’Europa. La politica economica deve essere flessibile. La politica economica è, nella definizione di Neville Keynes “arte del governo”.  La quale circostanza richiede che innanzitutto vi sia un governo europeo e che sappia realizzare delle politiche che siano anche in grado di cambiare per seguire, contrastare, anticipare il ciclo  economico e per andare incontro alle caratteristiche tipiche di alcune economie locali. E’necessario quindi introdurre elementi di un costituzionalismo rigido e forte nell’UE ed evitare che il punto di maggiore confronto sia il patto di stabilità. La politica economica deve essere lasciata libera di consentire ad un ordinamento di conseguire gli obbiettivi fissati dalla
costituzione per incrementare il significato politico dell’UE.Se invece si lascia che la costituzione sia mutevole in un quadro di politica economica rigida si rischia non solo di ridurre il significato politico dell’UE ma anche di ridurre le probabilità di conseguire quegli stessi obbiettivi indicati come fondamentali.  L’UE basata sul patto di stabilità è “Too weak to wake”. Solo un fondamento costituzionale rigido della costituzione può consentire all’UE di trovare la forza di svegliarsi e performare la migliore politica economica nel contesto della globalizzazione. 


venerdì 29 agosto 2014

Nuove istituzioni bancarie per risolvere il credit crunch

«La crisi ha messo a nudo e anzi aggravato i tradizionali punti deboli della struttura finanziaria del nostro mondo produttivo e quindi rischia di mantenere, o addirittura aumentare, il ritardo delle nostre imprese rispetto ad altri Paesi, creando un vero e proprio "cuneo finanziario" che si aggiunge a quello fiscale, già di per sé preoccupante. Guardando ad esempio ai dati della Bce sul costo medio dell'indebitamento delle imprese, si osserva che a luglio le imprese italiane pagavano per il breve termine un tasso superiore a quelle di Francia, Germania e Spagna compreso fra 1,68 e 0,31. Il differenziale per i tassi a lungo termine risulta inferiore, ma siccome il nostro è il Paese in cui è più diffusa l'indicizzazione ad un tasso a breve per i prestiti a medio termine (e anche questo è un problema), il primo spread è quello che conta.» (Marco Onado, Il «cuneo finanziario» che pesa sull'impresa, Il sole 24ore, 29 agosto 2014)

L’alto costo del credito caratterizza l’economia italiana in modo strutturale rendendo difficile per le imprese realizzare dei progetti aldi fuori dell’economia bancaria. Le imprese sembrano essere legate in modo strutturale alle banche.  Il “monopolio” del credito riconosciuto alle banche riduce la possibilità da parte delle imprese di finanziarsi attraverso altra via e nello stesso tempo riduce la possibilità da parte delle imprese di realizzare quella libertà economica della quale ci hanno parlato gli economisti neoclassici e che taluni legislatori, come quello italiano, hanno posto nella costituzione. Uno squilibrio che nello stesso tempo tiene fuori i risparmiatori  dalla possibilità di decidere quali siano le imprese virtuose. Non dobbiamo infatti dimenticare che sono i risparmiatori ad allocare presso le banche quelle risorse che poi vengono ad essere impiegate nell’investimento nelle attività delle imprese. I risparmiatori affidano alla banca una delega alla risoluzione dell’asimmetria informativa tra chi detiene risorse a titolo di risparmio e chi invece necessita di risorse per realizzare degli investimenti. Una delega che quindi le banche amministrano in modo inefficiente quando dispongono un alto prezzo del credito nei confronti delle imprese, oppure quando hanno dei problemi nella selezione delle imprese vincenti o dei progetti imprenditoriali profittevoli. Per  questa ragione in altri paesi che sono caratterizzati da una maggiore importanza del mercato nel finanziare le imprese rispetto  al sistema europeo, si realizza il cosiddetto external finance, ovvero la possibilità da parte delle imprese di ricorrere al mercato attraverso la collocazione di titoli obbligazionari oppure di azioni, rivolgendosi direttamente al pubblico dei risparmiatori ed anche agli investitori istituzionali. La possibilità di accedere ad un altro strumento di finanziamento delle imprese rende più concreta quella libertà dell’iniziativa economica privata che sembra caratterizzare i sistemi economici occidentali.  Tuttavia è necessario pure considerare che anche in Italia  si è dato origine attraverso il crow founding a una apertura del novero dei soggetti che possono partecipare al finanziamento delle imprese. Il limite del crow founding consiste ovviamente nel fatto che le imprese finanziabili sono start up e quindi non vi sarebbe  possibilità per una impresa che magari esista già da alcuni anni e che abbia uno storico negativo di poter essere rifinanziata. E allora in queste circostanze è necessario riprendere in mano la funzione dell’institutional building. Non dobbiamo dimenticare che ogni volta che il capitalismo si è trovato in difficoltà ha prodotto delle nuove istituzioni in grado di risolvere delle problematiche. Anzi in realtà il capitalismo stesso potrebbe essere considerato come una istituzione prodotta dalla civiltà occidentale per risolvere il problema della produzione e approvvigionamento delle risorse. Per esempio le banche stesse sono state introdotte per risolvere dei fallimenti di mercato. Ora il fallimento di mercato costituito da quelle imprese che hanno una capacità di produzione pure avendo uno storico negativo e che per tale ragione non possono essere finanziate perché non considerate solvibili, può essere risolto con l’istituzione di organizzazioni ad hoc.  Istituzioni che siano finalizzate alla efficienza delle imprese che hanno capacità produttive anche se in una condizione generale di difficoltà. Imprese che magari hanno un eccesso di debiti, una struttura di bilancio negativa, oppure bassi profitti, e che purtuttavia hanno ancora una capacità produttiva dovrebbero essere “reinserite” nel mercato da istituzioni finanziarie ad hoc che si occupino di ripristinare l’efficienza nelle imprese attraverso processi generativi, sia a carattere creditizio che amministrativo e manageriale. Molto spesso questa attività viene svolta in modo altamente speculativo da diversi enti o istituzioni che operano nel settore “private” e che si ingeriscono nella proprietà delle imprese. Sarebbe invece il caso che il processo di rigenerazione delle imprese avvenisse attraverso un approccio di carattere mutualistico, non profit, e se possibile su base solidaristica e cooperativa anche se su grande scala.
E’ necessario considerare che ogni volta che si salva una impresa, il che significa salvare la capacità dell’impresa di realizzare degli investimenti produttivi anche a mezzo del credito, si salva una cultura imprenditoriale, artigianale, di mestieri e di attivismo sociale e civico che potrebbe essere difficile andare a ricostruire.

Tuttavia per realizzare questo tipo di attività è necessario costituire delle organizzazioni economiche a fondamento istituzionale che siano in grado anche di dare senso a quell’institutional building capability che si pone come momento fondamentale del processo della civilizzazione occidentale e globale. 

giovedì 28 agosto 2014

Il debito tedesco pesa sull'Unione Europea

« Il furore rigorista degli ultimi anni si è fermato ma il motore riformista stenta a partire. Risultato, l'Europa si dibatte tra recessione e minaccia deflazionista. […] L'eccesso di austerità inflitto al fianco Sud dell'euro è stato controproducente: ne ha gelato l'economia facendone lievitare i debiti che avrebbe invece dovuto contribuire ad abbattere. L'inventario dei danni collaterali che hanno finito per lambire anche il Nord, visto l'alto grado di interdipendenza nell'area, da tempo suggerisce una correzione di rotta: giocando la partita doppia del rigore temperato, da affiancare a un serio impegno alla modernizzazione e de-sclerotizzazione dei vari sistemi-paesi del club. In breve, all'attuazione di riforme strutturali riscoperte come l'unico vero motore di crescita sostenuta nel mondo globale.Se la dottrina tedesca è diventata assolutamente dominante (con il suo bagaglio di errori al seguito), è anche perché nessuno finora ha saputo contrapporle valide ricette alternative. Il vetero-socialismo e le scorciatoie del deficit-spending sono state superate dalla storia.» (Adriana Cerretelli, Le credenziali obbligate di Italia e Francia, Il sole24 ore ,di 28 agosto 2014)

 

Nel citato articolo si fa riferimento alla condizione strutturale dell’Unione Europea. La presenza non soltanto di economie che sono differenziate per caratteristiche produttive, strutture di bilancio, condizione del debito pubblico e cultura economica, ma pure per una forte caratterizzazione politica economica legata. La contrapposizione tra un Nord, Nord Est ricco e virtuoso e un Sud-sud Ovest povero e con scarse possibilità di crescita economica accompagna dal 1989, se non anche da prima, il processo di integrazione dell’economia europea. Non sarà possibile mettere d’accordo le aree diverse dell’Unione europea in una unica politica economica. Né l’austerità ha lo stesso effetto su tutti i paesi e le stesse popolazioni. Se per i tedeschi l’austerità può servire a svolgere una sorta di extra-motivazione che agisce sulle ragioni metastoriche dell’esistenza del popolo germanico azionati dal tentativo di emancipazione da se stessi e dal passato pesante, per altri popoli l’austerità si manifesta come punizione dinanzi alla propria identità culturale e produttiva e fa scaturire sensi di colpa, rinunce, ripiegamenti su se stessi.

La questione del debito è la più sconcertante di tutte. Se infatti il debito si considera sotto il mero punto di vista economico- finanziario allora vi sono vari strumenti che potrebbero essere utilizzati per mettere fine alla questione del debito di alcuni paesi: maggiore solidarietà intraeuropea, creazione di eurobond, realizzazione di un sistema europeo di controllo e gestione dei conti,la creazione di un ministero europeo per l’armonizzazione dei conti degli Stati membri, e così via.

Tuttavia se per debito intendiamo l’eccesso di fiducia riposta in un popolo e la sua difficoltà a corrispondervi allora la questione è più complessa e si entra quasi in una sorta di eugenetica morale, fatta di superiorità dei popoli misurata in relazione al  rispetto di regole a volte difficili da valutare, basate su principi di correttezza e purezza della morale.

Nel ranking dei paesi affidabili ci sono la Germania e altri paesi del Nord. E non ci si rende conto di quante volte questi paesi hanno messo a rischio il bene comune della pace europea per perseguire i propri obbiettivi di purezza.

L’eugenetica morale è un problema soprattutto in un continente abitato da 250 milioni di persone circa parlanti più di una ventina di lingue diverse e a struttura etno-antropologica complessa e cangiante.

E allora cosa pesa di più sull’Unione Europea ?

Il debito amministrativo-finanziario dei paesi del Sud che comunque sarebbe risolvibile con strumenti di politica economica che abbiamo già citato oppure il debito dei tedeschi che si pone come momento metastorico di emancipazione di un popolo dalla dubbia storia ?

Il debito tedesco pesa sull’Europa assai più di quello dei paesi del sud.

Soprattutto perché il debito tedesco non è risolvibile con gli strumenti amministrativi.

domenica 24 agosto 2014

La partecipazione democratica tra politica e finanza

In un articolo pubblicato su “ il sole 24” intitolato “ Quando la corruzione diventa legalità” si fa riferimento alla  diffusa e crescente corruzione che riguarderebbe gli stati uniti in una sempre più presente commistione tra politica e finanza. L’editorialista scrive che: «La dimensione globalizzata del capitalismo finanziario ha fatto si che la corruzione della legalità dai paesi di maggiore influenza politica ed economica si espandesse velocemente agli altri». L’elemento che avrebbe fatto scaturire la  valutazione circa la centralità crescente della corruzione negli usa sarebbe da rinvenirsi nelle sentenze della corte suprema statunitense la Citizen United v FecC del gennaio 2010 e la recentissima McCutcheon v Fec del2 aprile 2014,  che avrebbero  «[…]definitivamente tolo ogni limite ai finanziamenti, diretti e indiretti, ai politici da parte delle grandi società in qualunque forma e attraverso qualsivoglia mezzo. » Secondo l’editorialista «Gli interessi della comunità finanziaria diventano così indissolubilmente legati alla politica […] ».  «[…] il governo degli Stati Uniti sta sempre più diventando “Government of Corporations” e non “Government of People” ». Con tali provvedimenti  « […]la corruzione si è inserita nella legalità» al punto tale che il finanziamento delle campagne elettorali sarebbe stato associato al fondamentale diritto di parola poiché «[…] secondo la decisione di McCutcheon […] “Corporations are people and Money is Speech” » 

Ora è necessario considerare che negli Stati Uniti il sistema di finanziamento della politica è sempre stato in chiaro come dimostrano molte istituzioni che tengono le fila dei finanziamenti ai politici e ai partiti. Nulla questio quindi se i gruppi finanziari del paese ritengono di finanziare le campagne elettorali dei soggetti politici in grado di difendere taluni particolari interessi e constituencies. L’elemento di democrazia consiste nella trasparenza. La trasparenza rende i cittadini responsabili delle scelte dei politici. I cittadini possono verificare se i politici hanno ottenuto dei finanziamenti. I cittadini possono valutare la capacità del politico di essere indipendente oppure di farsi “catturare” dal soggetto finanziatore e quindi decidere di rivotarlo o meno. L’esistenza di una legge, e di sentenze, chiarificatrici è da considerarsi un elemento di civilità. La proposizione “corporations are people”  ha un suo fondo di verità. In un sistema ad azionariato diffuso le grandi imprese sono in grado di rappresentare delle componenti fondamentali della popolazione. Popolazione che potrebbe anche non partecipare dell’attività  politica in modo diretto e che purtuttavia vi partecipa in un modo indiretto a mezzo di una sorta di “extra-delega” assegnata all’impresa nella quale lavora, o nella quale ha investito i risparmi. Inoltre è necessario considerare il ruolo che le grandi imprese statunitensi hanno anche per la costituzione di un senso di identità nazionale. Molta parte della grandezza del capitalismo americano è legata alla capacità di sviluppare quelle organizzazioni complesse e multi obbiettivo che sono le big corporations. La big corporation rappresentano anche i sogni, le speranze e il senso di comunità nazionale.
E’ chiaro che la commistione tra finanza e politica potrebbe mandare in corto circuito l’economia e la democrazia statunitense se non vi fossero passaggi elettorali in grado di coinvolgere i cittadini come singoli e come membri di gruppi associati. Poiché nella democrazia sono sempre le persone a detenere il “potere sovrano” di uno Stato, anche in presenza di imprese profittevoli. La commistione politica-finanza per poter essere efficiente deve innestarsi nel processo democratico che chiama in causa il popolo.
Incrementare il numero delle votazioni, degli enti per i quali si vota, delle consultazioni referendarie, e anche sui singoli temi,può sembrare un costo per la velocità decisionale. Tuttavia in alcune circostanze può essere fondamentale per fare in modo che la relazione tra politica e finanza sia inserita in un contesto democratico e diventi quindi una risorsa per la democrazia e la prosperità.

Reference

Guido Rossi, Quando la corruzione diventa «legalità», Il sole 24 ore, Domenica 24 agosto 2014, n. 231, pag. 1 e 12. 

giovedì 17 luglio 2014

Il bacio di Cassandra

« Gli accordi di Bretton Woods continuano a esercitare un grandissimo fascino tanto […]La sua visione istituzionale è legata a un sistema di sicurezza globale. Secondo Keynes l'elemento chiave fu il processo di deliberazione e pianificazione internazionale condotto da "una singola potenza o da un gruppo di potenze accumunate dalla stessa visione". […]Il rivale di Keynes, Friedrich Hayek, si spinse ancora più oltre affermando che l'ordine giusto e durevole non avrebbe mai dovuto essere negoziato, doveva essere spontaneo. […]In effetti, tutti i grandi successi della diplomazia finanziaria su vasta scala furono raggiunti grazie a negoziati bilaterali.[…] Oggi, la diplomazia economica internazionale ruota intorno a Cina e Stati Uniti.[…] Cosa potrebbe convincere i leader cinesi a rafforzare in tempi brevi quell'economia globale aperta che ha permesso la crescita della loro economia centrata sulle esportazioni? Un possibile catalizzatore potrebbe essere una crisi finanziaria provocata dal sistema bancario ombra, così carico di rischi. Un altro la corsa alla leadership globale. O forse lo stimolo verrà dal timore che il mondo scivoli verso il protezionismo, con accordi commerciali bilaterali e regionali, come l'Accordo transatlantico per la liberalizzazione del commercio e degli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip), che acuiscono le divisioni fra chi li sottoscrive e il resto del mondo. […]Gli accordi di Bretton Woods hanno dimostrato come debba esserci una grande crisi per mettere in atto una dinamica politica riformista.»(Cosa ha reso possibili gli accordi di Bretton Woods di Harold James e Domenico Lombardi13 luglio 2013).

In questo articolo si mette in evidenza il contesto che ha portato alla costituzione degli accordi di Bretton Woods costitutivi dell’ordinamento istituzionale globale fondato sulla Banca centrale e sul Fondo monetario internazionale con il riconoscimento formale del declino “felice” anglosassone e della nuova egemonia statunitense. Il sistema di Bretton Woods ha funzionato come sistema di coordinamento e cooperazione istituzionale soprattutto perché esso poneva fine ad un periodo di contrapposizioni legate alla seconda guerra mondiale. Nell’articolo non si fa riferimento al protezionismo post crisi 1929.  Vi è stata dunque una ragione di carattere economico che ha dato origine nel periodo 1929-1938 alla crescita di quella tensione internazionale fondata sulla centralità di stati nazionali chiusi al commercio internazionale che ha portato alla seconda guerra mondiale. Il livello di protezionismo internazionale è una buona inferenza circa la probabilità di un conflitto regionale, continentale o mondiale. La crescita del livello di protezionismo consente di dare qualche posto di lavoro in una qualche nazione o regione e di incrementare in modo più che proporzionale il rischio di un conflitto armato utranazionale e ultraregionale. I paesi dell’Unione Europea da sempre impegnati in un gioco a somma zero sul commercio internazionale hanno trovato il loro difficile equilibrio nella costituzione dell’euro. Nel resto della braudeliana “economia mondo” questa possibilità non sembra essere ancora determinata. Perché per quanto gli Stati nazionali godano di una reputazione sempre più bassa rispetto al mercato è anche vero che i paesi di nuovo sviluppo la Cina, il Brasile, la Turchia,l’India così come anche gli Stati Uniti e la Russia danno al carattere statuale della loro economia un ruolo fondamentale che potrebbe portare ad una  crescita del livello di protezionismo tale da portare ad una nuova guerra regionale, nazionale oppure continentale.  Tuttavia è necessario considerare che se Bretton Woods ha avuto successo è stato anche perché la pianificazione delle relazioni internazionali è uno strumento di politica economica per creare un quadro di crescita ,sviluppo e convergenza. La guerra ha costretto i paesi a pianificare e purtuttavia la pianificazione è uno strumento sempre esperibile per la politica economica internazionale. E’ difficile comprendere perché la pianificazione funziona nel settore privato e invece deve essere del tutto rigettata nelle relazioni internazionali tra gli Stati. Gli operatori del mercato pianificano circa il funzionamento della propria azienda sia come entità autonoma che nelle sue relazioni con le altre imprese e con il mercato nel suo complesso compreso anche lo Stato. Niente di male quindi se anche gli Stati realizzano una qualche pianificazione soprattutto se volta ad incrementare gli scambi commerciali, a ridurre i rischi sistemici di carattere commerciale e finanziario per evitare che si determini un conflitto armato. Al massimo possiamo considerare l’esistenza di una contrapposizione tra la pianificazione realizzata dallo Stato e quella realizzata dalle tante organizzazioni di carattere informale a carattere privatistico, cooperativo e mutualistico che  decidono zone ed aree di influenze della politica economica “dal basso” oltre che sugli stati. Sono questi soggetti i maggiori oppositori della pianificazione del commercio internazionale e dell’equilibrio finanziario globale realizzato dagli stati. La funzione di pianificazione della politica economica è stata privatizzata di fatto dalle organizzazioni informali capaci di produrre una diritto di fatto ponendo le condizioni dello sviluppo o della crisi di paesi, regioni, e continenti. La crescita in potenza delle organizzazioni informali è una conseguenza dello sfarinamento dello Stato sociale, delle privatizzazioni, delle nuove tecnologie, delle nuove possibilità offerte dall’innovazione finanziaria applicata al settore assicurativo. Sotto il punto di vista del diritto comune informale l’organizzazione “Superiorem non recognoscens” è rappresentata dalle organizzazioni informali. Le organizzazioni informali non riconoscono ente normativo superiore a sé, neanche se si tratta dello Stato.
Tuttavia in questo caso auspicare il ritorno a qualche condizione di maggiore crisi per ritornare ad una contrattazione statale sarebbe dolce come il bacio di Cassandra.  


giovedì 3 luglio 2014

Banche centrali globali


«Negli ultimi tempi la Federal Reserve sembra soddisfatta della sua politica monetaria, anche se a partire dalla metà del 2007 non è stata in realtà sufficientemente espansionistica. Il tipo di strategia che ad oggi avrebbe senza dubbio successo è una politica simile a quella implementata dalla Fed nel 1979 e nel 1933, dalla Gran Bretagna nel 1931 e attualmente da Shinzo Abe.
[…] la Fed non è solo la banca centrale statunitense, bensì la banca centrale del mondo.
[…]Un paese che modifica la sua politica monetaria rispetto agli Stati Uniti, modifica anche il suo tasso di cambio in modo consistente e, nel mondo globalizzato di oggi, ciò comporta il rischio di complicanze nel settore delle importazioni ed esportazioni.
[…] Gli Stati Uniti non sono quindi solo un’economia in un mondo fatto di economie diverse che seguono le proprie politiche monetarie ed un regime di tasso di cambio flessibile, ma esercitano in realtà un’egemonia globale.
[…] Spostando il target dell’inflazione annuale del regime monetario al 4%, oppure al 6% della crescita del PIL nominale su base annua, gli Stati Uniti metterebbero in moto un rapido processo di riequilibrio all’interno dell’eurozona.
[…] Gli interessi politici, di sicurezza e, certo, anche economici di medio e lungo termine dell’America richiedono che la Fed riconosca che la sua missione politica non si limita al raggiungimento ed al mantenimento dell’equilibrio interno, ma implica anche svolgere il suo ruolo di banca centrale del mondo, bilanciando la domanda aggregata e l’offerta potenziale per l’economia globale come un’unica entità. »

In questo articolo si mette in evidenza la capacità della Banca Centrale Statunitense di influenzare direttamente a mezzo della sua politica economica l’intera “economia mondo”.
Si tratta di una possibilità che in effetti va riconosciuta alla Banche Centrale statunitense anche se in una situazione di cambiamento della importanza relativa della FED  indotta dalla modificazione della condizione strutturale dell’economia globale.
Se guardiamo al livello di produzione del prodotto interno lordo nazionale degli Stati Uniti come percentuale della produzione mondiale possiamo dal 1999 al 2013 si verifica una riduzione significativa della partecipazione del PIL mondiale dal 30,2% al 22%.
Nello stesso periodo anche l’UE ha ridotto la partecipazione al PIL mondiale dal 28% del 1999 al 23% del 2013.
La Cina ha incrementato la partecipazione al PIL mondiale dal 3 % al 12,3 %.
Nel 2013 di ogni dollaro prodotto nell’economia mondiale 22 centesimi li hanno prodotti gli USA, 23 centesimi li ha prodotti l’UE e 12,3 centesimi sono stati prodotti dalla Cina.

Dato World Bank http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD

Dati World Bank http://data.worldbank.org/indicator/FM.LBL.MQMY.ZG





Fatto pari a 1 dollaro la quantità di moneta emessa nell’economia mondo si verifica che 16 centesimi sono stati emessi dagli USA, 29 centesimi sono stati emessi dall’EU, 17 sono stati emessi dalla Cina nel 2012.
               
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
United States
20,3
19,1
18,9
18,7
18,1
5,6
17,4
15,9
15,2
15,5
European Union
33,9
35,8
36,4
36,9
39,2
1,2
35,8
33,3
31,7
28,8
China
6,3
6,4
6,9
7,9
8,3
3,1
11,9
13,5
14,8
16,9

L’importanza relativa delle economie globali va quindi considerata sulla base della produzione  e della emissione della moneta da parte delle banche centrali.
A causa della maggiore integrazione delle economie nella globalizzazione si verifica una maggiore importanza dell’area europea, intesa nel suo complesso ovvero costituita sia dai paesi con euro che dai paesi senza euro, e dalla maggiore presenza dell’economia cinese.
In questo contesto è necessario considerare la necessità di maggiore interconnessione delle politiche economiche dei vari paesi. In modo particolare possiamo verificare che maggiore è l’interconnessione delle economie maggiore la necessità di realizzare un coordinamento delle politiche economiche monetarie delle banche centrali.
Forse sarebbe anche possibile immaginare una nuova costruzione di istituzioni globali in grado di incrementare la convergenza verso le economie più virtuose nell’armonizzazione delle politiche economiche monetarie.
Rimane aperta la questione dei mercati finanziari e degli hedge funds operativi nell’economia della globalizzazione ed in grado di modificare la struttura degli investimenti e la volatilità dei mercati finanziari.
Un maggiore coordinamento nella costruzione di istituzioni in grado di realizzare una politica economica unitaria.
Se infatti l’economia globale è una unità è anche vero che questa unità è differenziata e governata da diverse istituzioni.
All’unità della globalizzazione si accompagna l’eterogeneità delle istituzioni operanti nella globalizzazione.




mercoledì 2 luglio 2014

Il paradosso dell’innovazione finanziaria

« Un gruppo sempre più nutrito di funzionari attuali e passati continua a esprimere preoccupazione sui potenziali rischi futuri negli Stati Uniti, in Europa e a livello globale.  […]E una nuova e potente voce si è unita al coro: Kara Stein, commissario alla Securities and Exchange Commission (SEC). Stein ha tenuto , in cui sosteneva che il rischio sistemico deve diventare una responsabilità più centrale per gli enti di vigilanza dei mercati finanziari. […] Gli enti di vigilanza delle banche stanno iniziando a prendere più seriamente queste problematiche – un cambiamento incoraggiante rispetto agli anni 90 e ai primi anni 2000, quando la Fed appoggiava una sfrenata innovazione finanziaria senza dare giusto credito al rischio sistemico.[…] I rischi sistemici in questo caso non risiedono necessariamente in una singola azienda; il problema è piuttosto il modo in cui alla fine funziona un particolare mercato. Stein ha delle idee credibili e precise su come rendere queste operazioni meno rischiose per il sistema in generale. Per quanto però la valutazione del rischio sistemico sia una questione tecnica, inevitabilmente alla fine passa dalla politica.» (Il rischio sistemico va preso seriamente, Simon Johnson, Il Sole 24 ore,http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2014-06-30/il-rischio-sistemico-va-preso-seriamente-190222.shtml?uuid=ABwm8MWB)


 In questo articolo si prende in considerazione la necessità di tenere sotto controllo il rischio sistemico. In modo particolare le banche centrali e gli organi di  regolamentazione finanziaria sono alla ricerca di nuovi strumenti per eliminare o ridurre la  probabilità che nuove crisi finanziarie di portata “strutturale” possano verificarsi. Si tratta di un obbiettivo lodevole per degli enti che sono pagati dai contribuenti per assicurare la stabilità dei prezzi e l’occupazione ( la Fed)  e la certezza del diritto delle operazioni nel mercato finanziario (Sec). Si tratta tuttavia anche di una attività impossibile da realizzare. La maggior parte dei rischi di natura sistemica,per non dire  tutti i rischi di natura sistemica, derivano da innovazioni finanziarie. Le innovazioni finanziarie non possono essere eliminate. Non si può infatti mettere un limite alla capacità giuridica degli operatori economici esercenti l’attività di assunzione di obbligazioni attive e passive. Poiché l’innovazione finanziaria non si può limitare in alcun modo è altresì possibile che anche la capacità produttiva di rischi sistemici rimanga intatta a prescindere dalla capacità del sistema finanziario di procedere alla determinazione di regole di funzionamento e di tutela dei mercati finanziari. La recente storia economica e finanziaria ci racconta di bolle speculative che si sono manifestate prima con la bolla dotcom, poi con i  mutui subprime.  In realtà non sappiamo quale sarà la prossima bolla economica e finanziaria e quale sarà il contratto finanziario che essi porranno in essere per determinare la struttura dei prezzi. Tuttavia possiamo anche sottolineare che la capacità da parte del mercato finanziario di determinare una struttura a bolla speculativa dipende da tensioni che si verificano sul livello dei prezzi. La struttura di una bolla finanziaria tende ad essere abbastanza regolare nel corso del tempo. Dalla bolla dei tulipani in poi ogni bolla finanziaria si determina in relazione ad una crescita del prezzo del bene scambiato indipendentemente dall’utilizzo che di tale bene è possibile fare all’interno di una determinata economia. Quando i prezzi salgono sospinti non da una domanda reale quanto piuttosto da una domanda di immediato realizzo, allora si verifica una condizione nella quale la struttura dei prezzi può condurre ad una crisi economia e finanziaria. In modo particolare possiamo verificare che questa opportunità si verifica anche con riferimento ai beni oggetto di cartolarizzazioni e derivati. L’innovazione finanziaria può essere una forza determinante nel processo di produzione e distribuzione di una crisi finanziaria. In modo particolare possiamo dire che non vi sono crisi finanziarie che non siano legate in un qualche modo alla presenza di innovazione finanziaria. Tuttavia è necessario pure considerare che quando l’innovazione finanziaria viene resa nota attraverso la distribuzione nei portafogli  degli investitori si verifica la possibilità di un margine di intervento da parte degli enti di regolamentazione. Tuttavia questo margine di intervento potrebbe non essere sufficiente per evitare che l’innovazione finanziaria si traduca in una procedura capace di generare un rischio sistemico. Soltanto se l’innovazione finanziaria è sostenibile è possibile che la sua diffusione produca una crescita economica e finanziaria, ovvero uno sviluppo delle transazioni tale da produrre una evoluzione del sistema economico.Tuttavia se l’innovazione finanziaria non è sostenibile ci sono dubbi sulla possibilità che la sua diffusione possa tradursi in uno sviluppo del sistema economico e finanziario. Una innovazione finanziaria non sostenibile per un grande numero di soggetti transattori può produrre una crisi sistemica.E allora come fare per evitare che si verifichino delle crisi finanziarie sistemiche ? E’ necessario controllare la diffusione delle pratiche finanziarie e verificarne la sostenibilità. Il regolatore dovrebbe controllare la capacità produttiva del mercato e valutare se le innovazioni finanziarie sono in grado di apportare dei miglioramenti al sistema economico oppure se esse hanno una capacità distruttiva. La necessità di questo controllo  cresce con la crescita del numero dei contraenti le innovazioni finanziarie e insieme con il valore delle attività economiche oggetto di transazione.
Una regolamentazione dell’innovazione finanziaria non avrebbe molto senso secondo il detto  “lascia che mille fiori sboccino”. Tuttavia quando le innovazioni finanziarie sono diffuse presso la popolazione o quando i valori transati sono rilevanti per una determinata industria si può verificare la manifestazione di un rischio sistemico. Ed è nella distribuzione di queste pratiche che esiste un interesse pubblico alla regolamentazione finanziaria tale da giustificare l’attenzione degli enti di regolamentazione alla questione del rischio sistemico.