giovedì 3 luglio 2014

Banche centrali globali


«Negli ultimi tempi la Federal Reserve sembra soddisfatta della sua politica monetaria, anche se a partire dalla metà del 2007 non è stata in realtà sufficientemente espansionistica. Il tipo di strategia che ad oggi avrebbe senza dubbio successo è una politica simile a quella implementata dalla Fed nel 1979 e nel 1933, dalla Gran Bretagna nel 1931 e attualmente da Shinzo Abe.
[…] la Fed non è solo la banca centrale statunitense, bensì la banca centrale del mondo.
[…]Un paese che modifica la sua politica monetaria rispetto agli Stati Uniti, modifica anche il suo tasso di cambio in modo consistente e, nel mondo globalizzato di oggi, ciò comporta il rischio di complicanze nel settore delle importazioni ed esportazioni.
[…] Gli Stati Uniti non sono quindi solo un’economia in un mondo fatto di economie diverse che seguono le proprie politiche monetarie ed un regime di tasso di cambio flessibile, ma esercitano in realtà un’egemonia globale.
[…] Spostando il target dell’inflazione annuale del regime monetario al 4%, oppure al 6% della crescita del PIL nominale su base annua, gli Stati Uniti metterebbero in moto un rapido processo di riequilibrio all’interno dell’eurozona.
[…] Gli interessi politici, di sicurezza e, certo, anche economici di medio e lungo termine dell’America richiedono che la Fed riconosca che la sua missione politica non si limita al raggiungimento ed al mantenimento dell’equilibrio interno, ma implica anche svolgere il suo ruolo di banca centrale del mondo, bilanciando la domanda aggregata e l’offerta potenziale per l’economia globale come un’unica entità. »

In questo articolo si mette in evidenza la capacità della Banca Centrale Statunitense di influenzare direttamente a mezzo della sua politica economica l’intera “economia mondo”.
Si tratta di una possibilità che in effetti va riconosciuta alla Banche Centrale statunitense anche se in una situazione di cambiamento della importanza relativa della FED  indotta dalla modificazione della condizione strutturale dell’economia globale.
Se guardiamo al livello di produzione del prodotto interno lordo nazionale degli Stati Uniti come percentuale della produzione mondiale possiamo dal 1999 al 2013 si verifica una riduzione significativa della partecipazione del PIL mondiale dal 30,2% al 22%.
Nello stesso periodo anche l’UE ha ridotto la partecipazione al PIL mondiale dal 28% del 1999 al 23% del 2013.
La Cina ha incrementato la partecipazione al PIL mondiale dal 3 % al 12,3 %.
Nel 2013 di ogni dollaro prodotto nell’economia mondiale 22 centesimi li hanno prodotti gli USA, 23 centesimi li ha prodotti l’UE e 12,3 centesimi sono stati prodotti dalla Cina.

Dato World Bank http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD

Dati World Bank http://data.worldbank.org/indicator/FM.LBL.MQMY.ZG





Fatto pari a 1 dollaro la quantità di moneta emessa nell’economia mondo si verifica che 16 centesimi sono stati emessi dagli USA, 29 centesimi sono stati emessi dall’EU, 17 sono stati emessi dalla Cina nel 2012.
               
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
United States
20,3
19,1
18,9
18,7
18,1
5,6
17,4
15,9
15,2
15,5
European Union
33,9
35,8
36,4
36,9
39,2
1,2
35,8
33,3
31,7
28,8
China
6,3
6,4
6,9
7,9
8,3
3,1
11,9
13,5
14,8
16,9

L’importanza relativa delle economie globali va quindi considerata sulla base della produzione  e della emissione della moneta da parte delle banche centrali.
A causa della maggiore integrazione delle economie nella globalizzazione si verifica una maggiore importanza dell’area europea, intesa nel suo complesso ovvero costituita sia dai paesi con euro che dai paesi senza euro, e dalla maggiore presenza dell’economia cinese.
In questo contesto è necessario considerare la necessità di maggiore interconnessione delle politiche economiche dei vari paesi. In modo particolare possiamo verificare che maggiore è l’interconnessione delle economie maggiore la necessità di realizzare un coordinamento delle politiche economiche monetarie delle banche centrali.
Forse sarebbe anche possibile immaginare una nuova costruzione di istituzioni globali in grado di incrementare la convergenza verso le economie più virtuose nell’armonizzazione delle politiche economiche monetarie.
Rimane aperta la questione dei mercati finanziari e degli hedge funds operativi nell’economia della globalizzazione ed in grado di modificare la struttura degli investimenti e la volatilità dei mercati finanziari.
Un maggiore coordinamento nella costruzione di istituzioni in grado di realizzare una politica economica unitaria.
Se infatti l’economia globale è una unità è anche vero che questa unità è differenziata e governata da diverse istituzioni.
All’unità della globalizzazione si accompagna l’eterogeneità delle istituzioni operanti nella globalizzazione.




mercoledì 2 luglio 2014

Il paradosso dell’innovazione finanziaria

« Un gruppo sempre più nutrito di funzionari attuali e passati continua a esprimere preoccupazione sui potenziali rischi futuri negli Stati Uniti, in Europa e a livello globale.  […]E una nuova e potente voce si è unita al coro: Kara Stein, commissario alla Securities and Exchange Commission (SEC). Stein ha tenuto , in cui sosteneva che il rischio sistemico deve diventare una responsabilità più centrale per gli enti di vigilanza dei mercati finanziari. […] Gli enti di vigilanza delle banche stanno iniziando a prendere più seriamente queste problematiche – un cambiamento incoraggiante rispetto agli anni 90 e ai primi anni 2000, quando la Fed appoggiava una sfrenata innovazione finanziaria senza dare giusto credito al rischio sistemico.[…] I rischi sistemici in questo caso non risiedono necessariamente in una singola azienda; il problema è piuttosto il modo in cui alla fine funziona un particolare mercato. Stein ha delle idee credibili e precise su come rendere queste operazioni meno rischiose per il sistema in generale. Per quanto però la valutazione del rischio sistemico sia una questione tecnica, inevitabilmente alla fine passa dalla politica.» (Il rischio sistemico va preso seriamente, Simon Johnson, Il Sole 24 ore,http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2014-06-30/il-rischio-sistemico-va-preso-seriamente-190222.shtml?uuid=ABwm8MWB)


 In questo articolo si prende in considerazione la necessità di tenere sotto controllo il rischio sistemico. In modo particolare le banche centrali e gli organi di  regolamentazione finanziaria sono alla ricerca di nuovi strumenti per eliminare o ridurre la  probabilità che nuove crisi finanziarie di portata “strutturale” possano verificarsi. Si tratta di un obbiettivo lodevole per degli enti che sono pagati dai contribuenti per assicurare la stabilità dei prezzi e l’occupazione ( la Fed)  e la certezza del diritto delle operazioni nel mercato finanziario (Sec). Si tratta tuttavia anche di una attività impossibile da realizzare. La maggior parte dei rischi di natura sistemica,per non dire  tutti i rischi di natura sistemica, derivano da innovazioni finanziarie. Le innovazioni finanziarie non possono essere eliminate. Non si può infatti mettere un limite alla capacità giuridica degli operatori economici esercenti l’attività di assunzione di obbligazioni attive e passive. Poiché l’innovazione finanziaria non si può limitare in alcun modo è altresì possibile che anche la capacità produttiva di rischi sistemici rimanga intatta a prescindere dalla capacità del sistema finanziario di procedere alla determinazione di regole di funzionamento e di tutela dei mercati finanziari. La recente storia economica e finanziaria ci racconta di bolle speculative che si sono manifestate prima con la bolla dotcom, poi con i  mutui subprime.  In realtà non sappiamo quale sarà la prossima bolla economica e finanziaria e quale sarà il contratto finanziario che essi porranno in essere per determinare la struttura dei prezzi. Tuttavia possiamo anche sottolineare che la capacità da parte del mercato finanziario di determinare una struttura a bolla speculativa dipende da tensioni che si verificano sul livello dei prezzi. La struttura di una bolla finanziaria tende ad essere abbastanza regolare nel corso del tempo. Dalla bolla dei tulipani in poi ogni bolla finanziaria si determina in relazione ad una crescita del prezzo del bene scambiato indipendentemente dall’utilizzo che di tale bene è possibile fare all’interno di una determinata economia. Quando i prezzi salgono sospinti non da una domanda reale quanto piuttosto da una domanda di immediato realizzo, allora si verifica una condizione nella quale la struttura dei prezzi può condurre ad una crisi economia e finanziaria. In modo particolare possiamo verificare che questa opportunità si verifica anche con riferimento ai beni oggetto di cartolarizzazioni e derivati. L’innovazione finanziaria può essere una forza determinante nel processo di produzione e distribuzione di una crisi finanziaria. In modo particolare possiamo dire che non vi sono crisi finanziarie che non siano legate in un qualche modo alla presenza di innovazione finanziaria. Tuttavia è necessario pure considerare che quando l’innovazione finanziaria viene resa nota attraverso la distribuzione nei portafogli  degli investitori si verifica la possibilità di un margine di intervento da parte degli enti di regolamentazione. Tuttavia questo margine di intervento potrebbe non essere sufficiente per evitare che l’innovazione finanziaria si traduca in una procedura capace di generare un rischio sistemico. Soltanto se l’innovazione finanziaria è sostenibile è possibile che la sua diffusione produca una crescita economica e finanziaria, ovvero uno sviluppo delle transazioni tale da produrre una evoluzione del sistema economico.Tuttavia se l’innovazione finanziaria non è sostenibile ci sono dubbi sulla possibilità che la sua diffusione possa tradursi in uno sviluppo del sistema economico e finanziario. Una innovazione finanziaria non sostenibile per un grande numero di soggetti transattori può produrre una crisi sistemica.E allora come fare per evitare che si verifichino delle crisi finanziarie sistemiche ? E’ necessario controllare la diffusione delle pratiche finanziarie e verificarne la sostenibilità. Il regolatore dovrebbe controllare la capacità produttiva del mercato e valutare se le innovazioni finanziarie sono in grado di apportare dei miglioramenti al sistema economico oppure se esse hanno una capacità distruttiva. La necessità di questo controllo  cresce con la crescita del numero dei contraenti le innovazioni finanziarie e insieme con il valore delle attività economiche oggetto di transazione.
Una regolamentazione dell’innovazione finanziaria non avrebbe molto senso secondo il detto  “lascia che mille fiori sboccino”. Tuttavia quando le innovazioni finanziarie sono diffuse presso la popolazione o quando i valori transati sono rilevanti per una determinata industria si può verificare la manifestazione di un rischio sistemico. Ed è nella distribuzione di queste pratiche che esiste un interesse pubblico alla regolamentazione finanziaria tale da giustificare l’attenzione degli enti di regolamentazione alla questione del rischio sistemico.











mercoledì 4 giugno 2014

Politica economica e mercati finanziari: il caso dell’abenomics

«In una intervista prima della partenza, Honda - coetaneo di Abe e suo amico da trent'anni - lo sintetizza così: la crescita economica è prioritaria anche e soprattutto per i Paesi ad alto debito[…]. «È fondamentale evitare la deflazione e il prendere piede di aspettative di deflazione, perché poi è molto difficile uscirne. Noi ci abbiamo messo 15 anni […]Quanto al secondo pilastro dell'Abenomics, la «flessibilità fiscale» (non «gli stimoli fiscali» solamente, come alcuni hanno semplificato), Honda ha perso la battaglia con il ministero delle Finanze […] Per i tempi della decisione finale sull'ulteriore rialzo al 10% dell'Iva a partire dall'ottobre 2015 - già prevista sotto il precedente governo -Honda lascia capire che preferirebbe attendere il marzo 2015, ma si rassegna al diktat delle Finanze, che chiedono una scelta entro la fine di quest'anno per preparare il budget di previsione. […] Honda ammette poi che l'Abenomics è al momento cruciale della sua "terza freccia": le riforme di sistema. «Tre sono i punti fondamentali: deregulation, riforma fiscale e rafforzamento della forza-lavoro». Abe ha dato l'altro ieri l'ok a una riduzione dal 2015 della corporate tax, che però sarà inferiore a quanto desiderato dalla Keidanren (la Condindustria), che vorrebbe un taglio secco da oltre il 35% al 25%. ». (Le tre freccedell'Abenomics versione realista, di Stefano Carrer, Il Sole 24 ore, 05 giugno2014)

L’abenomics è stata proposta come una politica economica in grado di rilanciare la crescita economica.
Tuttavia la crescita economica è nella disponibilità dell’economia nel suo complesso più che di un governo.
E’ necessario considerare che in un paese ad altissimo debito come il Giappone il rapporto decifit/pil è molto alto.
Tuttavia la reazione del Governo giapponese è interessante per il dinamismo che riesce a porre nell’economia. Puntare sulla crescita, cercare di ridurre la tassazione, realizzare delle riforme di semplificazione del sistema del lavoro sono elementi fondamentali per il rilancio dell’economia.
E’necessario considerare che l’economia giapponese è stata colpita da una crisi negli anni 90 che ha prodotto effetti di lungo periodo.
Uno degli elementi da considerare nell’economia è il rapporto tra scelte economiche autonome ed elementi di eterodizione dell’attività economica.
I mercati finanziari tendono ad eterodirigere l’economia. Tuttavia per un paese governare l’andamento del mercato finanziario può essere una attività molto costosa soprattutto in presenza di una elevata tendenza all’internazionalizzazione dell’economia.
In questo senso il rapporto tra sovranità nazionale e internazionalizzazione può essere un elemento di difficoltà per l’implementazione delle politiche economiche.
Una attività internazionale di coordinamento potrebbe essere fondamentale per conseguire l’obbiettivo di una maggiore efficacia del rapporto tra politiche economiche e andamento dei mercati finanziari.
La ripresa dell’operatività di istituzioni internazionali di coordinamento può ridurre la capacità dei mercati finanziari di ingerirsi nell’economia interna dei paesi con effetti deleteri riducendo la propensione al rischio da parte degli imprenditori, degli investitori, e deprimendo la condizione dei consumatori.
La globalizzazione ha comportato la crescita di una nuova fase di liberalizzazione dei mercati. Una fase alla quale può seguire una ripresa della cooperazione internazionale volta a dare maggiore incidenza alle politiche economiche dei singoli paesi.



Il governo dell’economia non spetta solo al Governo

« È tempo di dare un freno alla garrula euforia che sembra essersi diffusa nel Paese - non da parte del premier - dopo il «40%» conquistato da Matteo Renzi alle elezioni europee. […] Non sovvertono certamente il dato di una caduta di produzione in Italia del 25% dal 2000 ad oggi contro un incremento del 36% nel resto del mondo. […]I dati sulla produzione industriale di maggio parlano di un modestissimo +0,2% mese su mese.[…]Per non parlare dell'andamento dell'occupazione, che ha registrato ad aprile la perdita di altri 68mila posti di lavoro. […]L'andamento del prodotto è poco più che piatto e l'obiettivo pur modesto del +0,8% a fine anno fissato dal governo è già irrealistico.[…] Soprattutto se ci aggiungi una pressione fiscale sulle imprese che è del 50% superiore alla media europea, come ha denunciato ancora ieri la Corte dei conti, un costo del lavoro che continua a crescere del tutto slegato dalla produttività, un settore sommerso dell'economia che viaggia al 21%. Eppoi il nodo della legalità, che diventa sempre più un allarme nazionale. »(  La dura realtà e il lavoro tutto da fare diFabrizio Forquet, Il sole 24 ore,05 giugno 2014)

Nell’articolo si mettono in evidenza molti problemi del paese. Tuttavia vi sono alcuni punti sui quali il Governo può intervenire come per esempio le tasse, il cuneo fiscale e la legalità. Altre questioni come per esempio la riduzione della produzione industriale e l’andamento del prodotto interno lordo sono variabili nella disponibilità del  sistema industriale più che del sistema politico.  Il governo dell’economia infatti si manifesta come una variabile complessa costituita da interventi governativi ed interventi realizzati da gruppi e forze industriali.
Se infatti le tasse possono essere ridotte dal Governo, insieme con il cuneo fiscale sul lavoro e se il Governo può spronare ad un maggiore controllo di legalità nello stesso tempo sono le imprese che devono investire di più e cercare di realizzare maggiori attività produttive di valore aggiunto.
Il disimpegno da parte delle imprese verso la produzione nazionale, realizzato sia con la scelta della delocalizzazione che con la scelta della finanziarizzazione dei profitti delle imprese, insieme con la ricerca di assetti proprietari volti al potenziamento finanziario più che industriale hanno ridotto la capacità competitiva del capitalismo italiano.
La scarsa cultura economica d’impresa e la tendenza da parte delle imprese ad essere assistite sotto il punto di vista finanziario sia dai finanziamenti pubblici che da relazioni di favore con gli istituti di credito hanno ridotto la capacità competitiva delle imprese italiane.
Il difficile passaggio della crisi si è manifestato anche in corrispondenza di una fase di passaggio delle imprese familiari a generazioni più giovani. Un passaggio di per sé difficile, reso più complicato dalla congiuntura economica.
La difficoltà di resistere all’invasione di capitali stranieri in Italia ha complicato ancora la situazione delle imprese italiane.
Inoltre la difficoltà a esportare oltre l’area europea rende la situazione dell’industria italiana difficile sotto il punto di vista internazionale.
Il Governo può agire con tasse, spesa pubblica e regolamentazione per indirizzare una fase espansiva dell’economia. Tuttavia sono sempre le imprese,i gruppi industriali a dover scegliere di realizzare dei nuovi investimenti produttivi in Italia, di rilanciare la produzione di valore aggiunto, di scegliere la via di una internazionalizzazione oltre i confini dell’Unione Europea.
In questo senso puntare su progetti nuovi, su nuovi brevetti, può essere fondamentale. Esiste un certo dinamismo con riferimento al fenomeno delle start up, della partecipazione diffusa alla produzione. Tuttavia si tratta molto spesso di iniziative discontinue. Gli imprenditori operanti nel settore industriale-manifatturiero potrebbero cercare di selezionare meglio questi progetti per incrementare il livello di innovazione delle proprie industria, di fatto esternalizzando una fase di ricerca e sviluppo e premiando quelle innovazioni in grado di innestarsi meglio con la struttura organizzativa aziendale.
Gli economisti neoclassici dicono che l’impresa è un fascio di contratti. Per realizzare contratti servono relazioni. Le relazioni si fondano sulla fiducia. E in questo senso il sistema industriale può fare molto per migliorare la capacità di concludere contratti e di introdurre nuove risorse nella produzione.


Il problema della scelta tra riforme sociali e riforme istituzionali


« […]Quella crisi che lascia alla Ue dopo 5 anni (2009-13) una disoccupazione totale salita al 10,8%, con quella giovanile salita al 23,4%, con un calo del Pil di 1,2 punti percentuali (p.p.) e con la situazione che nella Uem è anche peggiore. Questo mentre negli Usa il Pil è cresciuto di 6,2 p.p., la disoccupazione è scesa al 7,4% e quella giovanile al 15,5%. Le previsioni per il 2014-2015 indicano per gli Usa un Pil in aumento di 6,2 p.p. e una disoccupazione in calo al 5,9% mentre nella Ue il Pil è previsto crescere di soli 3,6 p.p. e la disoccupazione scendere solo al 10,1%. La differenza è grande e, malgrado non sia imputabile alla Commissione, la stessa ha pur sempre qualche responsabilità. […] Quattro almeno sono infatti le direttrici che Barroso delinea per la crescita e l'occupazione. Quella sul lavoro […] sugli investimenti pubblici e privati, […]sui finanziamenti […],sul completamento del mercato interno e sulla apertura dei mercati nazionali […]. (L'Europa scelga bene il leader della ripresa di Alberto Quadrio Curzio, Il Sole 24 ore 04 giugno 2014) .»

L’area euro presenta maggiori difficoltà economica rispetto all’economia statunitense.
La migliore condizione economica statunitense rispetto a quella europea deriva dal maggiore coordinamento tra politiche economiche monetarie e politiche economiche fiscali realizzatosi negli USA rispetto all’UE.
La possibilità da parte della FED di realizzare il quantitative easing ha incrementato la probabilità per l’economia statunitense di uscire prima dalla crisi economica.
Una possibilità preclusa alla BCE.
Il risultato del mancato coordinamento tra politiche monetarie e politiche fiscali nell’UE ha comportato una riduzione della capacità dell’economia europea di riprendersi rispetto all’andamento dell’economia statunitense.
La difficoltà dell’Unione Europea riguarda sia le riforme istituzionali comunitarie che le politiche economiche da realizzare.
Una delle difficoltà maggiori dell’Unione Europea è nella definizione di un piano per la realizzazione delle riforme delle istituzioni comunitarie e delle politiche economiche da realizzare nei singoli paesi membri.
Una delle domande che si pongono è: come può una unione europea non legittimata nel suo assetto istituzionale imporre agli stati membri delle politiche economiche espansive ?
Per risolvere questo problema è necessario considerare la necessità di condurre insieme un processo riformatore delle istituzioni comunitarie con le politiche economiche espansive.

La legislatura comunitaria deve quindi essere costituente. Per realizzare le politiche economiche espansive nei paesi membri è necessario dotare le istituzioni comunitarie di un a nuova legittimazione costituzionale.
Istituzioni comunitarie dotate di una nuova legittimazione costituzionale posso procedere a realizzare delle politiche economiche espansive nei paesi membri.
Soltanto in questo modo le soluzioni note al problema della ripresa economica possono essere implementate nel sistema economico europeo.
Occorre quindi superare la contrapposizione tra riforme delle istituzioni comunitarie e politiche economiche espansive.
Realizzare insieme le riforme istituzionali comunitarie insieme con le politiche economiche espansive significa dare maggiore forza alla possibilità di introdurre dei principi fondamentali nella “costituzione materiale” dell’Unione Europea tali da poter essere un riferimento per le politiche economiche espansive da realizzare negli stati membri.

Non basta quindi una UE politica. Ci vuole una UE costituente. 

venerdì 23 maggio 2014

Il neonazionalismo nell'Unione Europea


« […] economie che si sviluppano in modo diverso e preferenze politiche dei cittadini anch'esse divergenti sono una combinazione pericolosa sul lungo andare. […]Se i partiti più euro-critici dovessero vincere le elezioni in singoli Paesi […] ogni progetto di modifica dei Trattati, o ogni decisione europea che richiedesse ratifiche parlamentari nazionali, verrebbe accantonata. L'idea di completare l'unione monetaria con la creazione di un governo economico europeo finirebbe in cantina fino a un futuro distante. Sarebbe più difficile anche approvare misure di solidarietà […]. I due fattori – debolezza economica e instabilità politica – si alimentano l'un l'altro e mettono in diretto collegamento gli equilibri nazionali con il voto europeo nel quale gli elettori sono motivati, secondo i sondaggi, dallo stato dell'economia e dal livello di disoccupazione. […]Poi, una volta terminata la campagna elettorale, i toni si abbasseranno. […] I Paesi più fragili saranno un poco più soli e dovranno far leva su se stessi per alimentare assieme lo sviluppo dell'economia e la credibilità della politica.» (La cattiva spirale dell'instabilità, di Carlo Bastasin,22 maggio 2014)

Lo scenario descritto  nell’articolo sembra essere davvero inquietante circa la possibilità da parte dell’Unione Europea di svilupparsi come una comunità politica. Si mette in evidenza il conflitto degli interessi tra paesi poveri e paesi ricchi. Ogni elemento di diversità sembra essere una determinante del conflitto europeo. La presenza di diverse culture economiche, di diverse tradizioni giuslavoristiche, di diverse concezioni di governance bancaria, di diverse pratiche di impresa sociale, e di modalità di esercizio del  mandato della rappresentanza politica sembrano essere un problema nell’Unione Europea. La diversità tra modelli economici all’interno dell’Unione Europea si esprime a livello etno-antropologico e linguistico. Tuttavia è la diversità delle culture economiche e politiche può essere una ricchezza politica per l’Unione Europea. Non vi sono notizie circa l’esistenza di altre comunità politiche caratterizzate da un tale livello di diversità etnoantropologica. Il rafforzamento delle caratteristiche culturali tipiche delle regioni europee è in parte anche una conseguenza del dibattito europeo. Se infatti l’Unione Europea non esistesse le singole aree geografiche rivendicatrici dell’identità culturale non riuscirebbero a coltivare la propria diversità e sarebbero forse più esposte al rischio di eterodirezione politica.  La presenza dell’Unione Europea ha fatto rinascere l’ideale della difesa delle identità regionali nell’Unione. L’attuale nazionalismo, o regionalismo identitario , trova uno dei suoi fondamentali pilastri nell’esistenza dell’Unione Europea. La presenza di una molteplicità di identità politiche è fondamentale per il dialogo politico. Il dialogo politico è una sorta di never ending positive sum game a payoff crescenti in ragione dell’eterogeneità delle identità politiche. La presenza di tale eterogeneità è requisito fondamentale per la costruzione delle politiche economiche europee. Il dialogo politico potrebbe condurre alla convergenza dei modelli economici verso la media europea. La convergenza può riguardare i modelli di politiche sociali. La convergenza può riguardare il reddito minimo di cittadinanza, l’economia dei sistemi scolastici, l’economia sanitaria, l’economia pubblica, l’economia dell’ambiente, l’economia delle imprese industriali, l’economia delle piccole imprese artigiane, l’economia dell’integrazione dei mercati europei.
La diversità delle identità politiche regionali è una ricchezza per l’unione europea. La diversità delle identità politiche è costitutiva delle istituzioni comunitarie. La diversità delle identità politiche nel dialogo politico può incrementare la convergenza verso il bene comune.
  







giovedì 15 maggio 2014

Lo stato come ente di mediazione territoriale tra capitale e lavoro


«[…] il contratto a termine a causale di durata triennale ha tolto dall'orizzonte l'idea del contratto unico a tutele graduate che […] sarebbe anch'esso di durata triennale. È evidente che qualsiasi impresa preferirà il contratto a tempo a qualsiasi altra forma di ingaggio […]. Il retropensiero è che il lavoro sia il "posto" da trascinare a vita […]  proteggendolo con gli ammortizzatori sociali, ordinari, straordinari e infine in deroga. […] Non è un Paese sano quello in cui un sistema esasperato di garanzie e di protezione sociale ritarda […] la modernizzazione e l'innovazione dell'impresa.[…] un ammortizzatore sociale universale[…]  fa pensare che il nuovo welfare renziano potrebbe aumentare […] i costi, allontanandosi […] dall'obiettivo di ridurre il cuneo fiscale. Il tema dei costi esploderà […] se sarà confermata l'idea di puntare […] e sul salario minimo sperimentale […] »  ( Alberto Orioli, Politiche per il lavoro non più per il posto Il sole 24 ore, 15 maggio 2014)

Le  politiche economiche del lavoro sono il punto di svolta di un governo nell’EU. La  Banca centrale europea si concentra solo sugli obbiettivi dell’inflazione. La Federal Reserve si concentra sull’inflazione e sulla disoccupazione. Il Governo italiano è in difficoltà. La politica fiscale del governo deve relazionarsi con la politica monetaria della BCE. La politica fiscale del governo italiano potrebbe trovare l’opposizione della BCE.

La flessibilizzazione dei contratti di lavoro rende il mercato del lavoro sensibile alle politiche monetarie della BCE. L’irrigidimento dei contratti di lavoro produce uno scollamento tra mercato del lavoro e politiche monetarie della BCE. Il governo italiano è indirizzato ad una via di mezzo tra flessibilizzazione e irrigidimento dei contratti di lavoro. La previsione di incentivi per i contratti a tempo rende il mercato del lavoro più reattivo alle politiche della Banca Centrale. L’esistenza di contratti a tempo consente alla Banca Centrale di operare nel mercato del lavoro attraverso il controllo del tasso di interesse misurato su obbiettivi anti-inflazionistici e anti-deflazionistici. L’esistenza di « […]ammortizzatori sociali, ordinari, straordinari e infine in deroga» così come il « salario minimo sperimentale» consentono di dare maggiori tutele al mercato del lavoro in caso di recessione.

Il Job Act è una risposta alla crisi economica e alla sconfitta delle politiche fiscali rispetto alle politiche monetarie. Il governo italiano può agire con una politica economica fiscale accomodante nei confronti della BCE. La politica fiscale del governo italiano è  “too weak to win” in caso di contrapposizione alle politiche della BCE. La politica fiscale accomodante nei confronti delle politiche monetarie della BCE ha maggiori probabilità di successo rispetto ad una politica di contrapposizione nei confronti delle politiche monetarie della BCE. Il Job Act è dunque il tentativo del governo di relazionarsi con le politiche monetarie della BCE.

Il lavoro è un fattore della crescita economica. La finanziarizzazione dell’economia persiste pure nella centralità del lavoro per la crescita economica. Il governo detiene il potere esecutivo dello Stato. Lo Stato si propone come mediatore territoriale tra capitale e lavoro.  Le politiche economiche del lavoro devono trovare un raccordo con  le politiche monetarie della BCE. In caso di mismatch tra politiche economiche fiscali e politiche economiche monetarie il governo deve procedere con un processo di organizational building a fondamento istituzionale per risolvere fallimenti di mercato.  Il costo delle organizzazioni a fondamento istituzionale può essere molto elevato. Tuttavia esso dovrebbe essere sostenuto da un  processo di crescita dell’efficienza del sistema tributario. La tassazione e la regolamentazione sono volte a sostenere organizzazioni a fondamento istituzionale volte al sostegno delle politiche del lavoro in caso di mismatch tra governo e banca centrale. Se quindi l’inflazione è bassa a sostegno degli investimenti,  l’efficienza del sistema tributario è a sostegno del lavoro. Maggiore l’efficienza delle politiche economiche monetarie a sostegno della  bassa inflazione maggiore l’efficienza del sistema tributario a sostegno del lavoro. Lo stato è ente di mediazione territoriale tra capitale e lavoro a mezzo della tassazione e regolamentazione.